lunedì 15 gennaio 2018

Lezioni di piano


Cristina non è solo una collega competente e professionale, ma anche la responsabile/ideatrice del nostro progetto di educazione affettiva, e una persona molto accogliente, che ha fatto del capire e aiutare gli altri un mestiere praticato a lungo con passione e intelligenza.
Eppure il suo sguardo è insolitamente disorientato quando la incontro in giardino durante l'intervallo.
“Mi devo sfogare con qualcuno, i bambini non mi ascoltano più, non riesco a farli stare attenti, le parole scivolano su di loro come pioggia sui tetti... spiego più volte le prove, anche ad uno per volta... dicono sempre di aver capito e poi continuano a fare errori incomprensibili...”
Annuisco in silenzio perchè non so cosa dirle, ho il suo stesso problema e a quanto mi risulta anche gli altri colleghi della nostra scuola.
I ragazzi sono svegli, veloci, brillanti e simpatici, senz'altro intelligenti; si mostrano incontenibili nella narrazione delle loro esperienze (e sordi ai racconti altrui) molto competenti nell'esprimere i propri bisogni (e disarmati di fronte alla prospettiva che i compagni ne abbiano di personali) precocemente dialettici nell'affermare i propri punti di vista (e incapaci di prendere in considerazione l'idea che possano essercene altri) capaci di associazioni libere degne di spericolati acrobati (e inadatti a seguire un filo logico elementare nelle discussioni collettive)... Soprattutto appaiono refrattari a qualsiasi tipo di ascolto, legato a consegne o istruzioni di tipo strettamente tecnico/scolastico, impartite dagli insegnanti.
Le conseguenze di questo atteggiamento assumono talvolta contorni di comicità involontaria.
Ad esempio so benissimo che se chiedo di eseguire un'operazione (anche semplice) che preveda vari step, già a metà dell'enunciazione del secondo i pensieri dei bambini stanno galoppando, o volteggiando, lontano... anche se i loro occhi continuano a fissarmi con un'ingannevole luce di benevolenza.
Poi, quando do il via all'esecuzione del compito, si scatena la tempesta delle domande, perlopiù assolutamente non pertinenti, delle azioni illogiche e inefficaci, se non dannose, o del semplice continuare a fare quello che più desiderano, senza porsi il problema di quanto gli è stato appena chiesto.
In una situazione del genere gli insegnanti, per reagire alla frustrazione, sono soliti alzare la voce, visto che non possono alzare le mani, ma il risultato è solo quello di aumentare la confusione, producendo oltretutto danno alla propia immagine, di persone e di educatori.
Meglio allora respirare profondo e andare alla ricerca delle cause del fenomeno.

“ Scilla, ho chiesto a tutti di prendere il fascicolo di italiano, metterci l'ultima scheda fatta, portarlo nello zaino e tornare al proprio posto... mi spieghi allora perchè stai disegnando?”

Alza su di me i suoi incredibili, grandissimi occhi con gli angoli rivolti all'ingiù. È un'impressione sbagliata o in fondo al suo sguardo guizza una piccola luce canzonatoria?
Stiamo così in silenzio a fissarci per alcuni interminabili secondi, non mi risponde, non con le parole almeno, ed alla fine sono io che mi stacco dal muto colloquio.
Probabilmente sbaglio ma la risposta che ho letto in quel lungo imbarazzante sguardo è:
“ Lo hai chiesto a tutti, ma non a me, io sono Scilla, mica tutti!”
O forse il messaggio era ancora più semplice:
“ Sto disegnando perchè ora mi va di farlo!”

Ma queste sono solo proiezioni mie, l'unica sicurezza che mi rimane è la mancanza di un livello basico di comunicazione condiviso. La verità è che io e Scilla parliamo due lingue diverse, senza apparenti punti di contatto.
Qualcosa che a scuola non possiamo permetterci, e allora parto di nuovo alla caccia delle ragioni e delle responsabilità'.
“ ...La digitalizzazione sta cambiando i processi di pensiero della razza umana, siamo di fronte ad una rivoluzione dagli effetti imprevedibili e devastanti. È chiaro che i bambini stiano perdendo le capacità di ascolto: avete visto le famiglie ai tavoli dei ristoranti? Ognuno ipnotizzato dal proprio maledetto display luminoso...”

La tentazione di attribuire tutte le colpe al nuovo Satana tecnologico è forte, ma non voglio cedere troppo facilmente ai miei pregiudizi di insegnante irrimediabilmente vintage e credo che i problemi complessi non abbiano spiegazioni semplici. E tantomeno soluzioni facili. 
Chi propone soluzioni facili nel migliore dei casi è un illuso, nel peggiore un imbroglione, cerchiamo quindi di essere raffinati ed onesti (o di sembrarlo).

“...Forse pretendere che i figli del terzo millennio stiano allineati e coperti come tanti soldatini, senza capirne le ragioni, è una richiesta eccessiva. Noi lo facevamo, loro sono più avanti. Invece di chiedergli un'attenzione acritica sarebbe meglio lavorare sulle motivazioni, proporre le situazioni in maniera problematica, sottoporli a prove autentiche in modo che siano loro stessi a mettere in atto i processi necessari a trovare le vie d'uscita...”

“...Vabbè! Ora non pecchiamo di eccessivo intellettualismo pseudodemocratico... non posso certo indire un'assemblea costituente tutte le volte che Gianni si alza per andare in bagno (per la terza volta nell'ultima mezzora) proprio mentre inizio a spiegare la prova che dovrà eseguire nei 45 minuti di lezione che restano!...”

Il dibattito dentro di me è arrivato a questo punto quando le adenoidi cantilenanti di Tommi interrompono i miei pensieri:
“Maestro stasera esco prima perchè ho il saggio di pianoforte...”
Mi riscuoto e gli accarezzo leggermente la testa.
“ Ah sì? Bravo Tommi! Non sapevo che tu sapessi suonare il pia...”

Gli occhi mi si accendono e forse non è solo la luce che entra dalle orecchie.
Tommi è il bambino più piccolo della classe, non ha ancora 7 anni, un biondino minuscolo, tenerissimo, dispettoso; mai fermo, tranne quando si spenge improvvisamente come sanno fare solo i neonati.
Non sa ancora allacciarsi le scarpe ed ha grossi problemi a trovarsi il naso quando deve soffiarselo, eppure sa già leggere ed eseguire uno spartito di Mozart...
Nell'epoca delle strumentazioni analogiche questo si sarebbe chiamato “mettere il carro avanti ai buoi”. Nell'era digitale non so come potremmo definirlo, ma ho il sospetto che la questione sia collegata all'apparente calo delle capacità attentive delle nuove generazioni.
Dovrò parlarne con Cristina e con gli altri, insieme potremmo tirar fuori qualcosa di buono da questo abbozzo di idea... e voi che ne pensate?
         
Paolo Scopetani

lunedì 27 novembre 2017

Once upon a time


Caro Matteo,
alle elementari sono stato meno fortunato di te: avevo la scuola a due passi da casa e andare da solo dalla piazzetta di Rovezzano a quella della chiesa, dove si apriva il cancello di ingresso, non richiedeva alcun eroismo. Ma quando venne il momento di passare alla scuola media le cose cambiarono davvero.
La scuola media per me volle dire mettere i calzoni lunghi (due paia, uno aviazione e l'altro beige, tinte che mi sono rimaste indelebilmente addosso) e soprattutto prendere tutti i giorni il 34 per andare in centro, insieme ad un piccolo gruppo di amici.
Il primo giorno due compagne di un anno più grandi furono obbligate dalle mamme ad accompagnarci, sull'autobus ci presero in disparte e ci dissero:
“Bambini, per questa volta vi portiamo noi, ma guardate bene la strada perchè da domani non vi conosciamo nemmeno.”
E questo fu tutto quello che passò tra noi sull'argomento.
Scendevamo alla fermata di piazza Salvemini e per arrivare a scuola, all'angolo tra Borgo Pinti e via della Colonna, potevamo scegliere tra una miriade di alternative, nei giorni successivi le esplorammo tutte, come fossimo (e lo eravamo) in terre incognite.
Facemmo anche molte altre scoperte: il negozio dove trovare il materiale da disegno era in via de' Servi, quello per la divisa da ginnastica in piazza San Firenze, la tessera dell'autobus doveva essere richiesta in piazza del Duomo, ma i documenti necessari li consegnavano in palazzo Vecchio (ingresso via dei Leoni) e le foto tessera si facevano dal fotografo in via della Condotta. Per i libri poi bisognava arrivare fino in via San Gallo, da Le Monnier, o addirittura in via Laura, in una leggendaria libreria dell'usato...
La geografia della città si dipanava sotto i nostri passi di ragazzi, impegnati a compiere tutta una serie di doveri che i nostri genitori si guardavano bene dal risparmiarci. Un po' perché già occupati in tutt'altro, molto perché allora era normale che il cambiamento di scuola coincidesse con un diverso carico di responsabilità, che si poteva adempiere solo attraverso la conquista di maggiori spazi di autonomia. I patti erano chiari: “se sei capace di cavartela va bene, sennò ti arrangi e per noi va bene lo stesso”.
Tutti i giorni ci trovavamo di fronte a nuove “prove autentiche” (oggi le chiamiamo così) e non tutte ci procuravano ansia o fatica. Ad esempio non fu affatto sgradevole scoprire dove i nostri coetanei cittadini giocavano a pallone (in piazza D'Azeglio c'è ancora il campino dove sudavamo insieme). All'inizio non ci accettarono volentieri, ci consideravano un po' campagnoli, ma eravamo anche malandrini a sufficienza e per i maschi il calcio è un linguaggio universale, come la musica.
Quando era l'ora di tornare a casa prendevamo Borgo Pinti tutto a dritta, fino a sbarcare all'Arco di San Pierino, luogo di dubbia fama. Ci passavamo sotto stringendo impercettibilmente le fila e affrettando il passo, ci piaceva quella leggera sensazione di pericolo che ci faceva sentire più grandi e “...delli vizi umani esperti e del valor...” Con il tempo trovammo anche sufficiente coraggio per fermarci all'ombra dell'arco a comprare nella vecchia friggitoria coccoli e polenta fritta, avvolta nella carta gialla da macellaio.
Sull'autobus era considerato un disonore arreggersi agli “appositi sostegni”. La sfida consisteva nell'effettuare tutto il percorso di ritorno rimanendo in equilibrio, senza appoggiarsi ad alcunché.
La vetture erano verdi e rumorose, non avevano mai gli ammortizzatori scarichi, perchè penso non li avessero proprio, le strade erano tappezzate di buche, gli autisti prendevano le curve ad una velocità che oggi comporterebbe il ritiro immediato della patente.
Il bigliettaio osservava, più o meno benevolo, le nostre evoluzioni dall'alto della sua postazione strategica, il pollice inguainato nel ditale di gomma appoggiato al grosso blocco dei biglietti (40 lire l'uno).
Se esageravamo con gli schiamazzi o l'autobus era troppo affollato ci faceva scorrere avanti con un'alzata di sopracciglia e poche eloquenti parole. Quando gli passavamo davanti lo scappellotto era un prezzo ragionevole, da accettare senza fare storie in cambio dell'indulgenza mostrata fino a quel momento
Così la comunità dei piccoli (non più tanto piccoli) e quella dei grandi procedevano parallele, contigue e apparentemente estranee. Avevamo la sensazione di essere costantemente liberi nelle scelte dei percorsi e delle azioni.
Ripensandoci ora credo invece ci fossero innumerevoli sguardi a tutela della nostra vita di ragazzi, almeno di quella “ufficiale”, come nel caso del percorso casa/scuola.

Oggi la questione è diventata oggetto di una sentenza della corte di Cassazione, le motivazioni giuridiche saranno senz'altro fondate e inattaccabili, ma questo non toglie che il fatto sembri offendere il buon senso, e provochi nei ragazzi di ieri una leggera tristezza.

Paolo Scopetani

lunedì 13 novembre 2017

Come eravamo


Otto e cinque, otto e dieci. Era l’orario fissato ogni giorno con il mio compagno di classe che abitava di fronte a me per andare a scuola a piedi.
Cominciammo ad andare da soli dal primo di Ottobre dell’anno in cui iniziammo la prima elementare (a quel tempo si chiamava così). Un chilometro o poco meno da percorrere per arrivare da casa a scuola, sette attraversamenti di cui due con semaforo e gli altri cinque sulle strisce, dai dieci ai quindici minuti di cammino. I primi quindici giorni di scuola i nostri genitori ci accompagnarono per insegnarci la strada e perché l’orario era provvisorio.
Il primo attraversamento era quello più pericoloso perché indugiavo tra lo stare concentrato a guardare la strada o volgere lo sguardo all’insù, alla ricerca di quello di mia madre che mi osservava dalla terrazza a ringhiera della cucina. Attraversata la prima strada, mi dirigevo con passo veloce e risoluto verso l’abitazione del mio amico che spesso era già ad aspettarmi sul suo portone di casa, allora mi giravo un’ultima volta e con la mano alzata salutavo la mamma  che poi rincasava congedandosi da me. Lungo la strada, l’attività preferita era quella di cercare la targa più recente: da appena un anno le targhe posteriori erano cambiate, le iniziali della provincia erano sempre su sfondo nero ma erano arancioni e non più bianche e a Firenze cominciavano a esserci le prime targhe con una lettera oltre ai numeri. Sulle spalle portavamo la cartella e non lo zaino e le merende erano sempre preparate in casa dalle mamme che non ci accompagnavano a scuola non perché lavorassero e non avessero tempo ma perché, salvo alcune eccezioni, era prassi fare così, faceva parte della crescita, del cambiamento: quando andrai a scuola per imparare a leggere e scrivere ci andrai da solo perché sarai grande. All’uscita la maestra ci accompagnava fino al cancello che dava sulla piazza dove era la mia scuola e poi ci salutava senza l’ansia di doverci riconsegnare ai genitori. Chi aveva il genitore che lo aspettava, lo cercava e andava da lui, chi, come me, non aveva nessuno ad aspettarlo andava verso casa. La strada del ritorno era circa uguale a quella dell’andata ma ci mettevamo molto di più perché eravamo più bambini e andavamo di casa in casa ad accompagnare ognuno e poi parlavamo e ci confrontavamo su ciò che era successo a scuola, sui compiti, sui compagni, sulle maestre, qualche volta poteva accadere che ci azzuffassimo, sicuramente abbiamo combinato varie birbonate ma bastava che intervenisse un qualsiasi adulto e sentivamo subito la sua autorevolezza. In terza elementare mi regalarono una bicicletta e in poco tempo cominciai ad usarla per andarci a scuola. Dalla quinta elementare portavo sulla canna della bici mia sorella che aveva iniziato la prima elementare, ci divertivamo come pazzi. Una volta siamo cascati e ci siamo abrasi ginocchia, palmi delle mani e gomiti, ci soccorse la signora che aveva il negozio di pasta fatta a mano all’angolo della strada dove era avvenuta la caduta e per consolarci ci dette un tortellone di spinaci e ricotta a testa di cui ricordo ancora il sapore. Non esistevano il caschetto né le piste ciclabili, il traffico certamente era minore ma gli incidenti, anche mortali, purtroppo accadevano e non erano così rari. La cosa che c’era e che ora non c’è più è che bambini e ragazzi erano di tutti e di nessuno, ogni adulto si sentiva responsabile dell’educazione dei ragazzi e allo stesso tempo gli adulti ed i ragazzi si fidavano un po’ di più degli altri. Forse c’era meno consapevolezza in generale ma sicuramente c’era una maggiore responsabilità sociale. I bambini erano più liberi di imparare e quindi anche di sbagliare, non avevano cellulari a sorvegliarli ma una rete di adulti che spesso si conoscevano solo di vista ma avevano, in modo naturale ed implicito, tutti lo stesso obiettivo: far crescere i ragazzi che trovavano sulla loro strada.

Matteo Bianchini

lunedì 18 settembre 2017

No, a scuola non ci voglio andare!




Esco presto stamattina, mi aspetta un ennesimo nuovo inizio. Prendo l’ascensore perché sono ancora assonnato, inforco la bicicletta e parto in direzione della mia scuola. Penso alla giornata che mi aspetta, progettata nei minimi particolari insieme ai miei colleghi, all’accoglienza dei nuovi arrivi, all’emozione dei bambini nel rivedersi e un po’ anche all’imbarazzo nell’incontrarsi… dopo tanto tempo. Al semaforo ad aspettare che scatti il verde mi trovo insieme a un bambino che abita nel mio palazzo, ha il grembiule e lo zainetto e sta protestando in modo fermo e risoluto con la sua mamma: …ti ho detto che non ci voglio andare a scuola! -  la mamma pazientemente cerca di convincere il figlio: Dai Giovanni, anche Giulio va a scuolatutti i bambini quando diventano grandi come te vanno a scuola…il piccolo bimbetto, che probabilmente è al suo primo giorno di scuola primaria insiste: a me non mi importa cosa fa Giulio e cosa fanno tutti i bambini della mia età, io non voglio andarci a scuola, se loro ci vogliono andare io non gli dico mica niente! Si mette male, la mamma con tono un po’ più deciso tenta la strada del dovere: Giovanni a scuola i bambini ci devono andare, non si può non andare, la scuola è un obbligo...il bambino replica prontamente: allora mamma te e il babbo mi obbligate ad andare a scuola, mi costringete, anche se io non ci voglio andare…quindi la scuola è come prendere la medicina quando si sta male…ma io sto bene non sono malato! Ormai il verde è scattato varie volte ma nonostante sappia che rischio di arrivare in ritardo sono rapito dai ragionamenti di Giovanni e sono curioso di capire come ne uscirà la mamma: ma no amore, a scuola si imparano tante cose, si conoscono tanti amici… il bambino ora fissa minaccioso sua madre, poi si guarda le dita e iniziando a contare dice: uno io di amici ne ho tanti e mi bastano quelli che ho, due io imparo tante cose anche a stare a casa, ad andare a giro a fare la spesa con la nonna, a stare da solo in terrazzo a vedere le persone che passano mentre nonna cucina e a farmi raccontare le storie da nonno. La mamma ormai esausta non sa più con quali argomenti poter persuadere il proprio figlio, ad un tratto le si illumina il viso, mi ha visto, mi ha riconosciuto, ci salutiamo appena – “buon giorno” e “buona sera” – ma sa che di mestiere faccio il maestro: Giovanni, lo riconosci il signore del quarto piano? Sai che lui è un maestro? Chiediamoglielo a lui se devi andare a scuola… il suo tono ora è tra il minaccioso e il disperato, Giovanni mi squadra dall’alto in basso poi, dopo un po’ di esitazione mi chiede: a te piace andare a scuola? Senza alcuna esitazione gli rispondo affermativamente. Lui altrettanto velocemente mi chiede: perché? Ecco, i bambini vogliono sapere sempre il perché delle cose, non si accontentano mai della prima risposta…indugio un attimo e poi gli rispondo:  perché mi diverto…; e ci giochi con i bambini? – mi incalza Giovanni – certo! Gli rispondo immediatamente.
Ma poi smetti di giocarci perché devi andare a lavorare vero? Mentre sorrido interviene la mamma: ma no Giovanni, è il suo lavoro! Giovanni mi guarda incredulo e aggiunge: allora tutti i genitori dovrebbero fare di lavoro i maestri…ma ti pagano? Beh…sì…per ora… rispondo un po’ imbarazzato…Mamma allora ho deciso, io non voglio andare a scuola ora ma da grande voglio fare il maestro…l’ultima frase pronunciata da Giovanni strappa un sorriso sia a sua madre che a me, guardo l’orologio, è veramente tardi, il semaforo è un’altra volta verde, riparto a pedalare velocemente e lascio Giovanni al prologo del suo primo giorno di scuola: non è ancora entrato in classe ma ha già capito l’essenza del mio lavoro: mi pagano (poco) per divertirmi (tanto)…e finché mi divertirò varrà la pena fare questo mestiere per me e per tutti i Giovanni che incontrerò.

Matteo Bianchini

lunedì 13 marzo 2017

Come la ghianda diventò un sasso


Quando progettammo la gita di fine anno scolastico, che sarebbe stata anche l'ultima che avremmo fatto con i ragazzi, ne avevamo chiaro lo scopo, e poco altro. 
Doveva essere il compimento di un'impresa e una prova di iniziazione, un lungo saluto e un nuovo inizio; pensammo così ad un viaggio lento, che prevedesse una meta, ma avesse un valore di per sé, per il suo compiersi, attimo per attimo; come dice il Dodo ad Alice: "L'importante è il viaggio, ragazzina, non la meta..."
E quale meta è più emblematica del mare, quale mezzo più adatto a misurare le proprie forze del passo del viandante? 
Un trekking, dunque, che ci portasse al mare attraverso un lungo camminare, un viaggio alla ricerca dell'avventura fuori e dentro ciascuno di noi, che forzasse i limiti, fisici ed emotivi di ognuno:  la  fatica, la noia, la paura, per arrivare a sciogliere i nodi, a riconoscersi uguali e cambiati. 
Una prova che soprattutto verificasse e cementasse le ragioni profonde dello stare insieme del nostro gruppo, proprio nel momento che vedeva la fine, necessaria, di consuetudini costruite in cinque anni di quotidianità. 
Con queste premesse non fu difficile trovare il territorio adatto: le colline metallifere, la stagione: piena primavera, la meta: la spiaggia di Rimigliano, da raggiungere dopo aver sceso le colline, attraversato boschi, guadato fiumi, superate la macchia e la duna. 
Di tutto quello che avrebbe tenuto lontano l'arrivo dalla partenza quasi non parlammo, secondo una pratica che ci lega (e innervosisce alquanto i colleghi più scrupolosi, correttamente abituati a progettare attività ed esperienze nei dettagli, prima di realizzarle).
Per noi invece il sentiero si fa camminando (come dice Machado) e in questo caso più che in altri contavamo che sarebbero stati il cammino, gli incontri, la strada, a darci le occasioni, a suggerirci le opportunità, a costruire il viaggio. Interiore e geografico. 
Ci limitammo così a prenotare le strutture di arrivo e studiammo con una guida del luogo i sentieri che le collegavano, cercando di valutare le percorrenze in modo da arrivare ogni sera vicino, o poco oltre, la riserva di energie del gruppo. 
Delegammo l'organizzazione logistica ai ragazzi (mezzi di trasporto, preventivi, documentazioni, sussistenza, animazione...) informandoli che il progetto e la realizzazione della gita sarebbero stati il loro esame di quinta elementare. 
Poi ci mettemmo ad aspettare la data della partenza.
Solo di due aspetti ci eravamo assunti la responsabilità ed eravamo sicuri: che avremmo camminato tutti i giorni, per ore ed ore attraverso paesaggi di una bellezza struggente, e che una volta arrivati al mare avremmo regalato ai ragazzi una ghianda, raccolta durante le tappe di avvicinamento.
Solo la prima di queste condizioni si verificò davvero, l'altra mutò in qualcosa d'altro, in modo del tutto imprevedibile, ma alla fine necessario e bello, lasciandoci una volta di più nel dubbio se in quell'occasione, come in tante altre, siamo stati veramente bravi, o solo fortunati.

Avevamo bisogno di venti ghiande, venti soltanto. Un compito semplicissimo, visto che dovevamo attraversare boschi formati per più della metà da querce e lecci. 
Suggestionati da Hilmann "...dentro la ghianda c'è già il progetto della quercia, la ghianda è già la quercia..." avevamo deciso di consegnarne una ciascuno ai ragazzi. Simbolo del loro essere progetti di donne ed uomini, del loro essere già quelle donne e quegli uomini che abiteranno il futuro. 
Una volta arrivati al mare la consegna della ghianda avrebbe dovuto rappresentare, il compimento di un rito di passaggio, la celebrazione di un distacco, il nostro congedo e la nostra eredità. Una scelta forse troppo cerebrale, eccessivamente simbolica, ma ci piaceva l'idea.
Solo che, incredibilmente, non troviamo per terra nemmeno una ghianda, sembra che tutti i cinghiali e gli scoiattoli della Maremma livornese si siano messi d'accordo per ripulire il sentiero che percorriamo. Forse la stagione è già troppo avanti, o ancora indietro, però nessuna ghianda! Neppure sugli alberi, nemmeno a pagarla oro. 
Il progetto salta e non sappiamo come sostituirlo, ne parliamo a lungo alla ricerca di soluzioni, ma non ci vengono idee apprezzabili. Così smettiamo anche di pensarci, qualcosa succederà, qualcosa inventeremo.

Alla fine siamo al mare, l'impresa è compiuta, l'avventura finita, il tempo passato. Ma la compagnia non è ancora sciolta, c'è ancora una serata da vivere insieme. Un giorno in meno, una notte in più. 
Adesso siamo sulla spiaggia ed il mare è così piatto che sembra possibile camminarci sopra, il sole una palla incredibilmente arancione, l'orizzonte il taglio di un coltello. Non una nuvola. Questa non è certamente bravura, e nemmeno fortuna, è solo un Culo spudorato. 
Sul bagnasciuga sassi "che il mare ha consumato" incessantemente, per anni. Come si possono contare i sassi di una spiaggia? Forse è più facile contare le stelle.
Ne raccogliamo alcuni, ci giochiamo lanciandoli con il vecchio colpo di frusta del polso perché rimbalzino sulla tavola del mare... 
Lancio... Sassi...
Difficile dire a chi viene per primo l'idea.
Parliamo a bassa voce e ci mettiamo al lavoro scegliendone un centinaio dei più strani, colorati, belli o semplici. Poi li raccogliamo tra i palmi delle mani unite e ci sediamo vicino alla riva del mare. 
in pochi secondi i ragazzi ci raggiungono e siamo tutti seduti in cerchio. Il sole non si ferma a guardarci. Forse dovrebbe. Altri occhi lo fanno, però. Luccicanti, al limitare del giorno e della spiaggia. 
"...quanti sassi ci saranno su questa spiaggia ragazzi? Un numero che nessuno può nemmeno immaginare, e per quanto possiamo cercare non ne troveremo mai uno uguale all'altro. Eppure sono tutti ugualmente sassi, semplici sassi..." 
Avevamo discusso a lungo su come salutarli, ora le parole si dicono da sole.
"...esattamente come voi: siete tutti ragazzi, e siete profondamente simili a tutti gli altri ragazzi del mondo. Ma non esisterà mai nessuno uguale a voi. Ognuno di voi è unico, e irripetibile, come questi sassi, che teniamo tra le mani..." 
Il cerchio è tanto silenzioso che il fruscio della sabbia trascinata da un'impercettibile risacca sembra tempesta.
"...adesso ognuno di voi, uno per volta, quando se la sente, si alzi e prenda un sasso. Il suo sasso..."
In pochi minuti, senza sovrapporsi, senza incrociarsi, senza esitazioni, senza rompere il silenzio, tutti prendono un sasso. Lo tengono stretto nel palmo, lo soppesano, lo guardano, lo riconoscono. Pensano di averlo adottato per sempre, invece...
"...in Nuovo cinema Paradiso Totò viene lanciato nel futuro, chi lo lancia?..."  
"...Alfredo..." dice Simone
La ghianda è diventata un sasso, e non ce l'ha detto Hilmann. Questa cosa non c'era prima che la inventassimo! E se c'era non la conoscevamo. Male che vada l'abbiamo riscoperta.  Poi l'abbiamo coniugata con Nuovo cinema Paradiso che i ragazzi hanno visto appena la sera prima.
"...sì Alfredo, e anche questa quinta elementare è per voi un piccolo trampolino di lancio..."
Già, il lancio. È qui che si chiude il cerchio, adesso viene il difficile.
"...ma se volete davvero partire per il futuro dovete prendere il vostro sasso, che siete voi, e lanciarlo in mare il più lontano possibile..."
Le mani si stringono istintivamente intorno ai sassi appena ricevuti e già persi. Qualcuno mormora un no soffocato. 
Vivere è un costante allenamento a lasciare indietro tutto quello che si incontra.
"...uno alla volta, quando ve la sentite..."
Quando si alzano lo fanno con decisione, con urgenza, con gioia. Coprono i pochi passi che li separano dal bagnasciuga quasi correndo, tendono indietro il braccio e lo fanno scattare come una molla. Il più lontano possibile, qualcuno anche molto in alto, tutti sopra il piano del sole, ormai vicinissimo alla linea dell'orizzonte.

Se avessimo saputo immaginare la scena l'avremmo voluta proprio così, ma lo sappiamo solo ora che l'abbiamo vissuta e resta quindi solo una questione aperta: siccome una volta di più il caso ha giocato una parte importante in quello che è successo dobbiamo concludere che siamo molto fortunati? O forse per meritare la fortuna occorre anche essere bravi? oppure per  acquistare una certa bravura è necessario essere fortunati?... 
Sicuramente, perché le magie accadano, occorre un po' crederci, un po' costruirle, un po' lasciarsi trascorrere, un po' saper annusare l'aria...  
"...e velocità d'esecuzione..." direbbe il Perozzi, per rimanere in ambito cinematografico.

...sì, "Educazione affettiva" è stato un lungo viaggio, abbiamo incontrato migliaia di bambini, genitori e colleghi. È stato un tempo rubato alle nostre attività, ma sappiamo di essere riusciti a portare la scuola fuori, a raccontarla, a condividerla...
Un viaggio che ha coinvolto tantissime persone, un gruppo di lavoro che solo rimanendo coeso ha cavalcato le onde ed è arrivato al pubblico, ha trovato un pubblico… 
Un viaggio che continua ed è diventato una finestra, da dove parlare e far entrare tanta aria fresca e buona. 

Il DVD di Educazione affettiva è finalmente disponibile online!
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