giovedì 24 novembre 2016

Primo giorno di scuola



Fare il maestro è un po' come partecipare a un beffardo gioco dell'oca: ogni cinque anni, se non più spesso, si ritorna alla casella di partenza per "prendere la prima" e in un colpo solo ci si sente franare addosso tutto il tempo passato dall'ultima volta. 
Il risultato è che si invecchia a strappi. 
A questo effetto concorrono molte emozioni, la malinconia e la nostalgia per una situazione che si è definitivamente sciolta, la leggerezza, l'ansia e la curiosità per la nuova da costruire, i rimpianti e le aspettative, i ricordi e il timore, l'eccitazione, la stanchezza, un pizzico di orgoglio; e altre sensazioni, variamente miscelate.
Non è facile passare dalla quotidianità con un gruppo di preadolescenti, con i quali si è costruito un  rapporto affettivo, o comunque di comunanza, a quella con una ventina di nanerottoli sconosciuti e inafferrabili, che devono imparare anche a soffiarsi il naso e allacciarsi le scarpe.
Chiedete a qualsiasi insegnante com'è la prima. "...faticosa..." vi risponderà. 
Perché si tratta davvero di ricominciare tutto da capo.

Primo, costruire il gruppo. 
Non si impara se non in situazione sociale e ogni scuola firma i propri alunni a partire dalla qualità dei rapporti tra i singoli, dall'armonia che è capace di esprimere nella vita di relazione, dal livello di rispetto, conoscenza ed empatia che si raggiunge nello stare insieme. Realizzare una piccola comunità che permetta a tutti di sentirsi liberi, protetti e riconosciuti è il primo compito che ci aspetta. 
Secondo, conoscere gli individui.
Ogni persona è unica e porta risorse e bisogni irripetibili, se non si entra in confidenza con la personalità di ciascun bambino non sarà possibile offrirgli occasioni adeguate di apprendimento e crescita. Se non si riesce, almeno approssimativamente, a indovinare la natura e la direzione dei suoi talenti sarà difficile che trovi da solo la strada per diventare quello che è già. 
Non è roba da poco.  
Sulla porta, reale e metaforica, della prima c'è davvero da chiedersi: "Ce la farò a fare meno danni possibile?" Tanto più se quella porta la di deve attraversare subito dopo aver compiuto sessant'anni, dieci volte quelli degli alunni.
È una domanda legittima, ma dura il tempo di una mezza estate. Poi a settembre è come quando l'arbitro fischia l'inizio della partita, che si abbia di fronte il Real Madrid o il Cuoiopelli l'unica cosa da fare è prendere posizione e cominciare a giocare. 
Oggi è appunto il giorno che si gioca a diventare grandi. Il primo giorno di prima primaria, che un tempo si chiamava elementare, ma è la stessa cosa. 
Per me è anche il giorno che per l'ultima volta mi rimandano sulla prima casella.

Abbiamo fatto le cose in grande quest'anno alla Pestalozzi, all'ingresso vecchi e nuovi alunni trovano in giardino un fantasmagorico Villaggio Vacanze, con campeggiatrici in pigiama, pescatori sfortunati, alpinisti coraggiosi, turiste svampite, ballerine ammalianti, abbronzati villeggianti inizio secolo, un prestante bagnino, un elegantissimo dejeneur sur l'herbe, un picnic completo di formiche, un gruppo di atlete alla ricerca della forma perfetta, un direttore/imbonitore impegnato a fare gli onori di casa... Un divertito e divertente benvenuto, concluso da una mini caccia al tesoro per arrivare nell'aula assegnata ad ogni classe. 

Ci arrivano anche i bambini di prima alla loro nuova aula e si mettono a sedere ai banchi esagonali, alle pareti trovano i loro disegni della scuola dell'infanzia, tanto per non farli sentire troppo spaesati. Entro dietro di loro con gli altri colleghi, abbiamo pensato di presentarci tutti insieme (una questione di imprinting) e abbiamo anche programmato un bel discorsino introduttivo a più voci. Ma un bambino intraprendente ha già la mano alzata: "Maestro, ma ora quando si gioca?" 
Già, secondo lui finora abbiamo lavorato troppo...
Una bambina minutissima non aspetta la risposta: "Cosa c'è a merenda?"
Uno piccolo con il labbro già un po' tremulo "Quando vengono le mamme?"
Un biondo dall'aria di chi sa il fatto suo: "Dov'è il bagno?"
E così i bisogni primari sono soddisfatti.
Per fortuna c'è anche la secchiona: "Oggi ci dai i quaderni?"
Il palinsesto è già stravolto, si sono messi al timone, vediamo dove ci portano; tanto abbiamo preparato un ambiente con pochi scogli, al massimo rischiamo qualche piccola ammaccatura mentre sono più che probabili delle belle sorprese...

Quattro ore dopo li accompagno all'uscita (il primo giorno orario corto per i più piccoli). Non mi sono ancora fatto un'idea precisa di cosa è successo veramente stamattina, verrà nel pomeriggio il tempo della riflessione e del diario di bordo. Riepilogherò le attività e gli episodi, le sensazioni e le ipotesi, qualche nome, molte facce. Ricostruirò il nostro scrutarci, annusarci, misurarci. I primi passi di molti che dovranno venire. Per ora sono troppo vicino e dentro la situazione per mettere in fila gli ingredienti, per analizzare cosa è avvenuto sopra e appena sotto la superficie, per valutare i miei sentimenti e quelli dei bambini. Per capire come è andato questo ultimo/primo giorno di scuola.
Li riconsegno ai genitori, che non conosco, controllando che per ognuno ci sia un adulto ragionevolmente abbinabile. Sono i bambini stessi che devono indicarmi la mamma o il babbo o le tate.
La piccola Anna corre incontro alla mamma, le si arrampica velocemente in collo e l'abbraccia stretta. Dopo le prende il viso tra le mani per essere sicura che l'ascolti e sento la voce della bambina dei Simpson chiedere: "Mamma ti prego, domani ci posso tornare?" 

Bene! Ora so di avere un bonus che arriva almeno al secondo giorno di scuola. Per i successivi si potrà lavorarci. 

L'entusiasmo nella voce di Anna ha rimosso gli anni che mi erano cascati addosso durante l'estate, a fare i maestri capita anche di ringiovanire a strappi. 

Paolo Scopetani

lunedì 11 luglio 2016

Lezioni per le vacanze


Guarda il mondo intorno a te con curiosità, divertimento e intelligenza.

Ferma le tue scoperte con la scrittura, perché altrimenti le perderai; vai al cinema, a teatro, nelle librerie, nelle biblioteche, nei musei... annoiati a lungo, senza paura. Fantastica, inventa, sogna.
Usa i computer e i tablet per informarti: per giocare ci sono gli amici, i prati, i campi, le piazze... cerca sempre ciò che è invisibile agli occhi usando tutti i linguaggi che conosci, il disegno, la logica, la musica, la matematica, la poesia...
E non dimenticarti di fare tre cose tutti i giorni:

Leggere, leggere, leggere!



Un abbraccio lungo tutta l'estate

Matteo e Paolo

lunedì 16 maggio 2016

EDUCHIAMO ...chi ama educa





Perché un workshop residenziale?

Osa diventare ciò che sei. E non disarmarti facilmente. 
Ci sono meravigliose opportunità in ogni essere. 
Persuaditi della tua forza (…)
Andrè Gide

Il nostro "giro d'Italia" a rincorrere ed accompagnare il film ci ha regalato l’opportunità di conoscere tante bellissime persone ed esperienze di vita. È da questi incontri che è germogliata l’idea di organizzare un workshop residenziale, un’idea seminata nella terra fertile delle tante parole, sorrisi, abbracci che abbiamo avuto la fortuna di raccogliere e annaffiata dall’acqua nutriente delle molte realtà vitali ed accoglienti che abbiamo toccato.
Poi l'idea è cresciuta, nutrita dalle richieste e dall'attenzione di tante persone che ormai ci seguono e ci conoscono: colleghi, ma anche genitori, medici, infermieri, avvocati, psicologi, commercianti, disoccupati, casalinghi, operai, manager, pensionati... Società davvero civile.
Perché l’intelligenza emotiva, le competenze sociali e relazionali non sono importanti solo per gli insegnanti o per alcune categorie professionali, sono risorse fondamentali per qualsiasi persona indipendentemente dalle appartenenze e dal ruolo che ricopre nella società.

Perché il titolo “EDUCHIAMO …chi ama educa”?

Qualcuno potrebbe pensare che questo titolo si rivolga soprattutto o esclusivamente al mondo della formazione, perché la parola educazione evoca quel contesto.  Il nostro scopo è invece quello di lanciare l’ennesima provocazione: l’educazione non riguarda solo la scuola o chi fa formazione, ma accompagna e permea tutta la nostra vita: continuamente, nel nostro agire quotidiano, rivestiamo il ruolo di educatori e siamo educati, consapevolmente o no.  Il verbo educare viene dal latino exducere, tirare fuori, tirare fuori cosa? Tirare fuori ciò che siamo! E niente è più difficile, per riuscirci abbiamo bisogno dell'aiuto degli altri che, paradossalmente, sembrano spesso anche il principale intralcio al raggiungimento del risultato. Gli altri possono essere la nostra palestra, il nostro specchio, coloro che ci ostacolano o che ci favoriscono, un alibi o un'occasione di consapevolezza... E comunque non ci si salva senza di loro. 
Ma se non sappiamo chi siamo, se non abbiamo consapevolezza di noi stessi, delle nostre emozioni e delle nostre esigenze come possiamo stabilire un contatto e una relazione positiva con gli altri? Se non rispettiamo noi stessi come facciamo a rispettare gli altri? E come possiamo pretendere che gli altri ci rispettino?
Bisogna voler bene a noi stessi per riuscire a stare bene con gli altri…”ama il prossimo tuo come te stesso” diceva qualcuno tempo fa, forse per cominciare basterebbe molto meno... Vogliamo provarci insieme?

martedì 26 aprile 2016

Gli appoggiati



Tempo fa ho letto un libro che appellava gli adolescenti “gli sdraiati”, mi sono divertito a pensare che se dovessimo utilizzare la modalità posturale per definire gli stadi di sviluppo dell’età evolutiva prima degli sdraiati ci sarebbero gli “appoggiati” e prima ancora gli “appiccicati”.
Ogni giorno quando arrivo a scuola sono assaltato da qualche bimbo che per salutarmi mi viene addosso e si appoggia a me come fossi un muro, un tavolo, un posto insomma su cui poter posare il suo peso per un po’, poi svanisce nel niente come se quel momento gli fosse servito per “ricaricarsi”. Un po’ come succedeva nel film il pianeta verde (La Belle Verte) dove però erano gli adulti che ritrovavano l’energia abbracciando i neonati.
C’è un periodo della vita in cui i bambini si incollano all’adulto come paguri agli scogli, si sostengono a te ma si appoggiano anche agli altri loro coetanei, hanno bisogno di questo contatto fisico.
Li osservo in giardino che avanzano a schiere di 3-4 bambini attorcigliati tra di loro, 6-8 gambette che camminano in modo assolutamente asincrono andando ognuna in una direzione diversa eppure i loro corpi non si scollano, barcollano da una parte all’altra dello spazio che hanno a disposizione, sembra caschino per terra da un momento all’altro, e invece riescono a non cadere grazie ad una legge fisica non ancora scoperta.
Tra qualche anno non si appoggeranno più e si lasceranno vincere dalla forza di gravità per diventare adolescenti ovvero “gli sdraiati”.
Prima di preferire la posizione orizzontale passano la fase degli “appoggiati”. Si abbarbicano soprattutto ai più grandi, non necessariamente agli adulti, non riesci a liberartene facilmente perché te li ritrovi in collo o sulle spalle senza sapere nemmeno come sia successo.
Ci sono momenti, come quello dell’inizio e della fine della giornata scolastica, che sono più sensibili all’assalto: la mensa è uno di questi, te li ritrovi ovunque mentre stai cercando di finire il tuo pranzo.
La ricreazione è un altro dei momenti in cui devi stare attento alle imboscate, di solito c’è sempre quel bambino o quella bambina che quel giorno non riesce a giocare con i compagni, oppure è un po’ giù di corda, e ti si abbranca come tu fossi l’ancora di salvezza della sua vita e non ti molla fisicamente per tutto il tempo dell’intervallo.
La maggior parte dei bambini nell’età dell’infanzia ha bisogno di “tocchicciare”, dare pizzicotti,
agguantare, abbracciare, accarezzare, ha bisogno del contatto fisico, è per loro un modo per relazionarsi ma anche per conoscere, non scordiamoci che i più piccoli la prima cosa che fanno appena afferrano qualcosa è mettersela in bocca: assaggiarla…prima di essere “gli appoggiati” i bambini sono “gli appiccicati”, non si scollano e protestano se qualcuno li lascia a loro stessi, si incollano all’adulto nel senso che vogliono stare in collo non solo per un motivo di sicurezza ma anche di conoscenza.
Attraverso il contatto fisico, lo sguardo, conosciamo noi stessi e gli altri.
La comunicazione non verbale, la prossemica, è molto più incisiva e importante di quella verbale. Si comunica molto più con lo sguardo o con la nostra postura che con le parole.
Molto spesso i bambini mi osservano e si avvicinano a me indovinando il mio stato d’animo senza che io abbia proferito parola. “Maestro sei pensieroso eh oggi…”…“che è successo Matte? Stai bene?”, oppure: “oggi sei proprio su di giri eh Matte…”.
All’inizio tentavo di ingannarli negando l’evidenza che loro coglievano dal linguaggio non verbale ma con il tempo ho capito che stavo dando loro una comunicazione paradossale: dicevo che stavo bene con le parole ma con il corpo stavo dicendo l’esatto contrario, gli stavo insegnando a mentire.  Da tempo non mi nascondo più dietro le parole, condivido con loro il mio stato d’animo e loro mi accolgono per come sono, per come sto…e io lo stesso cerco di fare con loro: che siano nella fase appiccicati, appoggiati o sdraiati…solo se riusciamo ad essere autentici possiamo provare a tirar fuori ciò che i bambini sono altrimenti anziché educare addestreremo persone a comportarsi come gli altri si aspettano che ci si comporti…(la chiamiamo omologazione o mal-educazione?!?)

Matteo Bianchini