lunedì 18 settembre 2017

No, a scuola non ci voglio andare!




Esco presto stamattina, mi aspetta un ennesimo nuovo inizio. Prendo l’ascensore perché sono ancora assonnato, inforco la bicicletta e parto in direzione della mia scuola. Penso alla giornata che mi aspetta, progettata nei minimi particolari insieme ai miei colleghi, all’accoglienza dei nuovi arrivi, all’emozione dei bambini nel rivedersi e un po’ anche all’imbarazzo nell’incontrarsi… dopo tanto tempo. Al semaforo ad aspettare che scatti il verde mi trovo insieme a un bambino che abita nel mio palazzo, ha il grembiule e lo zainetto e sta protestando in modo fermo e risoluto con la sua mamma: …ti ho detto che non ci voglio andare a scuola! -  la mamma pazientemente cerca di convincere il figlio: Dai Giovanni, anche Giulio va a scuolatutti i bambini quando diventano grandi come te vanno a scuola…il piccolo bimbetto, che probabilmente è al suo primo giorno di scuola primaria insiste: a me non mi importa cosa fa Giulio e cosa fanno tutti i bambini della mia età, io non voglio andarci a scuola, se loro ci vogliono andare io non gli dico mica niente! Si mette male, la mamma con tono un po’ più deciso tenta la strada del dovere: Giovanni a scuola i bambini ci devono andare, non si può non andare, la scuola è un obbligo...il bambino replica prontamente: allora mamma te e il babbo mi obbligate ad andare a scuola, mi costringete, anche se io non ci voglio andare…quindi la scuola è come prendere la medicina quando si sta male…ma io sto bene non sono malato! Ormai il verde è scattato varie volte ma nonostante sappia che rischio di arrivare in ritardo sono rapito dai ragionamenti di Giovanni e sono curioso di capire come ne uscirà la mamma: ma no amore, a scuola si imparano tante cose, si conoscono tanti amici… il bambino ora fissa minaccioso sua madre, poi si guarda le dita e iniziando a contare dice: uno io di amici ne ho tanti e mi bastano quelli che ho, due io imparo tante cose anche a stare a casa, ad andare a giro a fare la spesa con la nonna, a stare da solo in terrazzo a vedere le persone che passano mentre nonna cucina e a farmi raccontare le storie da nonno. La mamma ormai esausta non sa più con quali argomenti poter persuadere il proprio figlio, ad un tratto le si illumina il viso, mi ha visto, mi ha riconosciuto, ci salutiamo appena – “buon giorno” e “buona sera” – ma sa che di mestiere faccio il maestro: Giovanni, lo riconosci il signore del quarto piano? Sai che lui è un maestro? Chiediamoglielo a lui se devi andare a scuola… il suo tono ora è tra il minaccioso e il disperato, Giovanni mi squadra dall’alto in basso poi, dopo un po’ di esitazione mi chiede: a te piace andare a scuola? Senza alcuna esitazione gli rispondo affermativamente. Lui altrettanto velocemente mi chiede: perché? Ecco, i bambini vogliono sapere sempre il perché delle cose, non si accontentano mai della prima risposta…indugio un attimo e poi gli rispondo:  perché mi diverto…; e ci giochi con i bambini? – mi incalza Giovanni – certo! Gli rispondo immediatamente.
Ma poi smetti di giocarci perché devi andare a lavorare vero? Mentre sorrido interviene la mamma: ma no Giovanni, è il suo lavoro! Giovanni mi guarda incredulo e aggiunge: allora tutti i genitori dovrebbero fare di lavoro i maestri…ma ti pagano? Beh…sì…per ora… rispondo un po’ imbarazzato…Mamma allora ho deciso, io non voglio andare a scuola ora ma da grande voglio fare il maestro…l’ultima frase pronunciata da Giovanni strappa un sorriso sia a sua madre che a me, guardo l’orologio, è veramente tardi, il semaforo è un’altra volta verde, riparto a pedalare velocemente e lascio Giovanni al prologo del suo primo giorno di scuola: non è ancora entrato in classe ma ha già capito l’essenza del mio lavoro: mi pagano (poco) per divertirmi (tanto)…e finché mi divertirò varrà la pena fare questo mestiere per me e per tutti i Giovanni che incontrerò.

Matteo Bianchini

lunedì 13 marzo 2017

Come la ghianda diventò un sasso


Quando progettammo la gita di fine anno scolastico, che sarebbe stata anche l'ultima che avremmo fatto con i ragazzi, ne avevamo chiaro lo scopo, e poco altro. 
Doveva essere il compimento di un'impresa e una prova di iniziazione, un lungo saluto e un nuovo inizio; pensammo così ad un viaggio lento, che prevedesse una meta, ma avesse un valore di per sé, per il suo compiersi, attimo per attimo; come dice il Dodo ad Alice: "L'importante è il viaggio, ragazzina, non la meta..."
E quale meta è più emblematica del mare, quale mezzo più adatto a misurare le proprie forze del passo del viandante? 
Un trekking, dunque, che ci portasse al mare attraverso un lungo camminare, un viaggio alla ricerca dell'avventura fuori e dentro ciascuno di noi, che forzasse i limiti, fisici ed emotivi di ognuno:  la  fatica, la noia, la paura, per arrivare a sciogliere i nodi, a riconoscersi uguali e cambiati. 
Una prova che soprattutto verificasse e cementasse le ragioni profonde dello stare insieme del nostro gruppo, proprio nel momento che vedeva la fine, necessaria, di consuetudini costruite in cinque anni di quotidianità. 
Con queste premesse non fu difficile trovare il territorio adatto: le colline metallifere, la stagione: piena primavera, la meta: la spiaggia di Rimigliano, da raggiungere dopo aver sceso le colline, attraversato boschi, guadato fiumi, superate la macchia e la duna. 
Di tutto quello che avrebbe tenuto lontano l'arrivo dalla partenza quasi non parlammo, secondo una pratica che ci lega (e innervosisce alquanto i colleghi più scrupolosi, correttamente abituati a progettare attività ed esperienze nei dettagli, prima di realizzarle).
Per noi invece il sentiero si fa camminando (come dice Machado) e in questo caso più che in altri contavamo che sarebbero stati il cammino, gli incontri, la strada, a darci le occasioni, a suggerirci le opportunità, a costruire il viaggio. Interiore e geografico. 
Ci limitammo così a prenotare le strutture di arrivo e studiammo con una guida del luogo i sentieri che le collegavano, cercando di valutare le percorrenze in modo da arrivare ogni sera vicino, o poco oltre, la riserva di energie del gruppo. 
Delegammo l'organizzazione logistica ai ragazzi (mezzi di trasporto, preventivi, documentazioni, sussistenza, animazione...) informandoli che il progetto e la realizzazione della gita sarebbero stati il loro esame di quinta elementare. 
Poi ci mettemmo ad aspettare la data della partenza.
Solo di due aspetti ci eravamo assunti la responsabilità ed eravamo sicuri: che avremmo camminato tutti i giorni, per ore ed ore attraverso paesaggi di una bellezza struggente, e che una volta arrivati al mare avremmo regalato ai ragazzi una ghianda, raccolta durante le tappe di avvicinamento.
Solo la prima di queste condizioni si verificò davvero, l'altra mutò in qualcosa d'altro, in modo del tutto imprevedibile, ma alla fine necessario e bello, lasciandoci una volta di più nel dubbio se in quell'occasione, come in tante altre, siamo stati veramente bravi, o solo fortunati.

Avevamo bisogno di venti ghiande, venti soltanto. Un compito semplicissimo, visto che dovevamo attraversare boschi formati per più della metà da querce e lecci. 
Suggestionati da Hilmann "...dentro la ghianda c'è già il progetto della quercia, la ghianda è già la quercia..." avevamo deciso di consegnarne una ciascuno ai ragazzi. Simbolo del loro essere progetti di donne ed uomini, del loro essere già quelle donne e quegli uomini che abiteranno il futuro. 
Una volta arrivati al mare la consegna della ghianda avrebbe dovuto rappresentare, il compimento di un rito di passaggio, la celebrazione di un distacco, il nostro congedo e la nostra eredità. Una scelta forse troppo cerebrale, eccessivamente simbolica, ma ci piaceva l'idea.
Solo che, incredibilmente, non troviamo per terra nemmeno una ghianda, sembra che tutti i cinghiali e gli scoiattoli della Maremma livornese si siano messi d'accordo per ripulire il sentiero che percorriamo. Forse la stagione è già troppo avanti, o ancora indietro, però nessuna ghianda! Neppure sugli alberi, nemmeno a pagarla oro. 
Il progetto salta e non sappiamo come sostituirlo, ne parliamo a lungo alla ricerca di soluzioni, ma non ci vengono idee apprezzabili. Così smettiamo anche di pensarci, qualcosa succederà, qualcosa inventeremo.

Alla fine siamo al mare, l'impresa è compiuta, l'avventura finita, il tempo passato. Ma la compagnia non è ancora sciolta, c'è ancora una serata da vivere insieme. Un giorno in meno, una notte in più. 
Adesso siamo sulla spiaggia ed il mare è così piatto che sembra possibile camminarci sopra, il sole una palla incredibilmente arancione, l'orizzonte il taglio di un coltello. Non una nuvola. Questa non è certamente bravura, e nemmeno fortuna, è solo un Culo spudorato. 
Sul bagnasciuga sassi "che il mare ha consumato" incessantemente, per anni. Come si possono contare i sassi di una spiaggia? Forse è più facile contare le stelle.
Ne raccogliamo alcuni, ci giochiamo lanciandoli con il vecchio colpo di frusta del polso perché rimbalzino sulla tavola del mare... 
Lancio... Sassi...
Difficile dire a chi viene per primo l'idea.
Parliamo a bassa voce e ci mettiamo al lavoro scegliendone un centinaio dei più strani, colorati, belli o semplici. Poi li raccogliamo tra i palmi delle mani unite e ci sediamo vicino alla riva del mare. 
in pochi secondi i ragazzi ci raggiungono e siamo tutti seduti in cerchio. Il sole non si ferma a guardarci. Forse dovrebbe. Altri occhi lo fanno, però. Luccicanti, al limitare del giorno e della spiaggia. 
"...quanti sassi ci saranno su questa spiaggia ragazzi? Un numero che nessuno può nemmeno immaginare, e per quanto possiamo cercare non ne troveremo mai uno uguale all'altro. Eppure sono tutti ugualmente sassi, semplici sassi..." 
Avevamo discusso a lungo su come salutarli, ora le parole si dicono da sole.
"...esattamente come voi: siete tutti ragazzi, e siete profondamente simili a tutti gli altri ragazzi del mondo. Ma non esisterà mai nessuno uguale a voi. Ognuno di voi è unico, e irripetibile, come questi sassi, che teniamo tra le mani..." 
Il cerchio è tanto silenzioso che il fruscio della sabbia trascinata da un'impercettibile risacca sembra tempesta.
"...adesso ognuno di voi, uno per volta, quando se la sente, si alzi e prenda un sasso. Il suo sasso..."
In pochi minuti, senza sovrapporsi, senza incrociarsi, senza esitazioni, senza rompere il silenzio, tutti prendono un sasso. Lo tengono stretto nel palmo, lo soppesano, lo guardano, lo riconoscono. Pensano di averlo adottato per sempre, invece...
"...in Nuovo cinema Paradiso Totò viene lanciato nel futuro, chi lo lancia?..."  
"...Alfredo..." dice Simone
La ghianda è diventata un sasso, e non ce l'ha detto Hilmann. Questa cosa non c'era prima che la inventassimo! E se c'era non la conoscevamo. Male che vada l'abbiamo riscoperta.  Poi l'abbiamo coniugata con Nuovo cinema Paradiso che i ragazzi hanno visto appena la sera prima.
"...sì Alfredo, e anche questa quinta elementare è per voi un piccolo trampolino di lancio..."
Già, il lancio. È qui che si chiude il cerchio, adesso viene il difficile.
"...ma se volete davvero partire per il futuro dovete prendere il vostro sasso, che siete voi, e lanciarlo in mare il più lontano possibile..."
Le mani si stringono istintivamente intorno ai sassi appena ricevuti e già persi. Qualcuno mormora un no soffocato. 
Vivere è un costante allenamento a lasciare indietro tutto quello che si incontra.
"...uno alla volta, quando ve la sentite..."
Quando si alzano lo fanno con decisione, con urgenza, con gioia. Coprono i pochi passi che li separano dal bagnasciuga quasi correndo, tendono indietro il braccio e lo fanno scattare come una molla. Il più lontano possibile, qualcuno anche molto in alto, tutti sopra il piano del sole, ormai vicinissimo alla linea dell'orizzonte.

Se avessimo saputo immaginare la scena l'avremmo voluta proprio così, ma lo sappiamo solo ora che l'abbiamo vissuta e resta quindi solo una questione aperta: siccome una volta di più il caso ha giocato una parte importante in quello che è successo dobbiamo concludere che siamo molto fortunati? O forse per meritare la fortuna occorre anche essere bravi? oppure per  acquistare una certa bravura è necessario essere fortunati?... 
Sicuramente, perché le magie accadano, occorre un po' crederci, un po' costruirle, un po' lasciarsi trascorrere, un po' saper annusare l'aria...  
"...e velocità d'esecuzione..." direbbe il Perozzi, per rimanere in ambito cinematografico.

...sì, "Educazione affettiva" è stato un lungo viaggio, abbiamo incontrato migliaia di bambini, genitori e colleghi. È stato un tempo rubato alle nostre attività, ma sappiamo di essere riusciti a portare la scuola fuori, a raccontarla, a condividerla...
Un viaggio che ha coinvolto tantissime persone, un gruppo di lavoro che solo rimanendo coeso ha cavalcato le onde ed è arrivato al pubblico, ha trovato un pubblico… 
Un viaggio che continua ed è diventato una finestra, da dove parlare e far entrare tanta aria fresca e buona. 

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giovedì 19 gennaio 2017

Enigma in forma di ragazzo



Lo riconosco da lontano, scricciolo ingobbito, confuso nella folla spersonalizzata delle comitive di turisti orientali. La sua figura esile è inconfondibile: il ciuffo castano a nascondere gli occhi irrequieti, l'eskimo svolazzante, che vorrebbe dare più solidità alla sua presenza e invece la rende ancora più sfuggente. Ha stile il ragazzo, un misto tra un fumetto di Paz e un cartone giapponese. C'è un po' di Zanardi in lui e parecchio Manga. Però è uno stile non premeditato, se lui si potesse vedere magari si piacerebbe, ma non credo proprio che si veda. La consapevolezza di sé non è un suo punto di forza e lo posso dire perché lo conosco da sette anni, e da due sono il suo tutor. 
Adesso frequenta la seconda media ed è uno dei nostri alunni più problematici. La sua carriera scolastica è stata costellata da conflitti con compagni e adulti, negli anni ha messo insieme una collezione completa di ammonimenti, rimproveri, prediche, urla, note, punizioni... alla fine anche sospensioni, regolarmente scontate attraverso "lavori socialmente utili", come mettere in ordine la biblioteca o pulire il giardino. 
Pur contestando vivacemente ogni sentenza ha sempre  "pagato il conto" senza chiedere clemenza. 
Per tornare immediatamente dopo a comportamenti che gli hanno meritato nuove pene.
Un recordman delle recidive.
Del bullo ha tutto, fuorché il fisico e la vocazione. 

"Mattia, se parli come un bullo e ti comporti come un bullo la cosa più probabile è che tu sia un bullo!"
"Io non sono un bullo, sono Loro che mi provocano."
"Chi sono Loro?"
"Tutti."
"Se hai un conflitto con Tutti sei in un bel guaio, è difficile combattere una guerra da solo contro Tutti."
Si stringe nelle spalle e non risponde, ma il messaggio è chiaro: "E io che ci posso fare?"

Mi sta simpaticissimo, per me fare il "tutor" vuol dire anche essere un avvocato difensore a prescindere, con Mattia mi resta facile: mi piace persino la sua inaffidabilità, tanto ribadita da essere diventata una forma estrema di affidabilità. 
Forse la simpatia  dipende anche dal fatto che non sono mai stato un suo insegnante e non mi ha quindi portato all'esasperazione. O quasi.
Quando in terza elementare feci mensa nella sua classe per tutto un anno, all'ennesimo bicchiere rotto o dopo un'offesa troppo colorita ad una compagna, mi stancai di abbassare gli occhi alla sua altezza per cercare un contatto (come è sempre buona regola fare) e lo sollevai di peso con una mano sola per portare i suoi all'altezza dei miei, appoggiandolo anche (delicatamente) alla parete. 
Non fu una grande prova di forza, Mattia pesava (e pesa) poco più di una piuma, ma destò in lui una qualche impressione, perché restò calmo per mezz'ora; poi, prima che cominciassi a preoccuparmi, tornò ai consueti turpiloquio e ipercinetismo. 

Come tutor non mi devo almeno preoccupare del suo rendimento scolastico che è  più che buono, anzi, se si tiene conto della fatica che fa per mantenere alta la bandiera di "alunno difficile", è addirittura ottimo. D'altra parte la sua intelligenza è pari solo alla sua capacità di mettersi nei guai. 

"Mattia, ma è possibile che inciampi in tutte le regole? Cos'hai contro le regole?"
"Non è colpa mia, sono le regole che sono allergiche a me, appena mi vedono mi si mettono tra i piedi..." 

Se ascolto come se la racconta e mi metto dal suo punto di vista quasi ci credo. Ma so che è solo un'illusione, un autoinganno.
L'irriducibile comportamento "sbagliato" di Mattia è un mistero. Non c'è nessuna evidente ragione familiare, ambientale, biologica, relazionale, evoluzionistica, emozionale, genetica... che possa spiegare la sua perenne irrequietezza, la sua ipersensibilità ai messaggi che gli provengono dall'esterno, ai quali reagisce sempre con troppa irruenza e conflittualità. E finisce sempre che chi ne busca è lui.

"Ehi! Mattia cosa ci fai lì da solo sulla panchina?"
"Nulla, non ho voglia di giocare."
"Non sarai mica un'altra volta in punizione?"
"No, non ho fatto nulla."
"Guarda che lo chiedo alla Lucia!"
"Chiediglielo."

Lucia è la nuova insegnante di matematica una pasta di donna, con un sorriso contagioso.

"Certo che è in punizione, fatti dire perché..."

Lo guardo sconsolato. I suoi occhi sembrano due palline da flipper che corrono in pariglia.

"Ah, è vero, nientedichè! Una cosa da nulla, me n'ero dimenticato..."

Sarebbe utile arrabbiarsi? Meglio approfittare per fare una mezz'oretta di tutoraggio, il tempo non basta mai.

"Ascolta vecchio mio, secondo te dove vanno le anatre di Central Park quando il laghetto ghiaccia?..."

Eppure è un ragazzo sveglio, dall'aspetto gradevole, pieno di energia, dalle risorse fisiche ed emotive  insospettabili.
Lo ricordo piccolissimo, addirittura minuscolo, sostenere con la fermezza dei giusti i rimproveri che gli rivolgeva una massiccia e torreggiante insegnante. Era stato beccato in "flagranza di reato" ma negava l'evidenza con una imperturbabilità degna di ammirazione. Non cedette e non confessò. Alla fine fu l'insegnante a dover interrompere "l'interrogatorio".

"Se comincia così in prima elementare cosa farà in terza media?"

Niente di drammatico, in questi anni non c'è stata un'escalation che abbia portato ad eventi irreparabili. Mattia continua ad essere più o meno quello che era in prima elementare: un enigma in forma di ragazzo, una persona interessante, probabilmente ottima, forse anche eccezionale, che per qualche ragione ha messo una superficie opaca tra sé e il mondo, con il quale si trova in perenne polemica. Una superficie che non siamo riusciti a  superare, aggirare, rendere trasparente. Chissà a cosa è funzionale il muro.

Adesso mi viene incontro, mescolato alla folla eppure distante, solo, anzi isolato, perché chino sullo smartphone dove spippola freneticamente.
Penso che stia chattando con gli amici e decido di fargli uno scherzo: mi metto sulla sua strada e aspetto. 
Solo quando sta per sbattermi contro l'ombra che si allunga sul display gli rivela la mia presenza. Alza appena gli occhi e non manifesta emozioni. Nessuna sorpresa, nessuna paura, nessun imbarazzo o disappunto e tantomeno gioia. Però il suo saluto è corretto/informale perché abbiamo un rapporto disteso; non so quanta fiducia Mattia riponga in me, ma credo percepisca la mia benevolenza, senza approfittarne e senza farsene condizionare. Come d'altra parte farebbe anche se mi sentisse ostile.
Privo com'è del senso dell'opportunità non cerca nemmeno di nascondere quello che stava facendo, così scopro che non stava scrivendosi con gli amici, ma giocava ad un autistico videogioco.
Non reprimo la delusione. Il moralista che è in me esplode.
"Ma anche mentre cammini ti fai mangiare il cervello da queste trappole! Cos'hai in testa? Pensi ti faccia bene stare attaccato a codesta macchinetta? Tu lo chiami gioco, ma è una dipendenza, capito? UNA DI-PEN-DEN-ZA!"

Come acqua sui sassi. Annuisce e distoglie lo sguardo come fa sempre di fronte a chi lo rimprovera o contrasta i suoi desideri e comportamenti. 
Sbuffo e sollevo gli occhi indispettito. Di fronte a noi, alla fine della strada, la luce si allarga nel grande spazio di piazza Santa Croce che si intuisce appena. Dall'angolo il sommo Poeta, corrucciato com'è suo solito, ci volta le spalle, appena sopra la sua testa coronata d'alloro la fuga dei tetti e il cielo marezzato di nuvole dai bordi rosacei. 
Si sta preparando uno di quei tramonti che ti fanno rimpiangere di non essere nato poeta.

"Lo vedi Mattia cosa ci stavamo perdendo, tu dietro al tuo giochino elettronico e io per la fretta di tornare a scuola? Guarda che cielo. Una roba che se stai facendo la pipì rischi di bagnarti le scarpe perché ti dimentichi cosa stai facendo..." 

Sorride appena, non per la battuta, semplicemente per avermi sentito usare un termine forte. Ma ho appena cominciato.

"Quando cammini guarda l'orizzonte non dove metti i piedi, magari rischi di inciampare o pestare una merda, ma vedi parecchio mondo in più. Bello o brutto che sia. Ora metti in tasca il telefono e cammina a testa alta fino a casa, io ti seguo e se cominci di nuovo a spippolarci ti prendo a pedate nel culo" 

Ci guardiamo con un sorriso, il suo gli increspa il volto in maniera più duratura (qualche decimo di secondo?).
Gli alzo un po' il mento in modo che i suoi occhi siano belli alti e poi lo indirizzo verso la piazza con una leggera spinta sulle spalle. 
Si allontana senza dire una parola, lo seguo con lo sguardo. Arrivato all'altezza del Poeta si volta indietro.
Lo fa per controllare se lo seguo davvero o per prolungare il contatto? 
Alza una mano e la agita. 
Per salutarmi o per giustificare il fatto che si è voltato? 
Lo perdo nel brulicare della folla. Cosa avrà fatto appena girato l'angolo? Avrà ricominciato ad inseguire il record che forse gli ho impedito di raggiungere con la mia fastidiosa intromissione o si sarà concentrato nella ricerca di altri scampoli di bellezza per le strade della città?

La prima che ho detto è molto più probabile, ma ne siamo così sicuri? E siamo sicuri che ci siano solo due possibilità? 
Le dicotomie sono semplificazioni che usiamo per consolarci dell'incapacità a comprendere il reale, anche il rapporto causa effetto è un'illusione: le alternative e le conseguenze ad uno stesso evento sono innumerevoli, come innumerevoli e imprevedibili e misteriose sono le persone e le loro scelte.
Forse dietro l'angolo Mattia si è fermato a guardare una vetrina, forse ha fatto la linguaccia al sommo Poeta, forse ha lasciato cadere venti centesimi nel bicchiere della vecchietta sul sagrato di Santa Croce, forse si è fatto distrarre da una ragazza che passa, forse ha incontrato un amico e adesso parlano fitto fitto....


Perché la realtà non è solo "più avanti" come sosteneva Giorgio Gaber. Ma anche molto più sotto, più sopra, più a destra, più a sinistra e più tutto intorno di dove ci limitiamo, per pigrizia e incompetenza, ad immaginarla. 

Paolo Scopetani

L'altra faccia del maestro. 
Paolo Scopetani è anche uno scrittore, a febbraio uscirà il suo ultimo romanzo, "Chiasso Chiuso", del tutto estraneo a temi educativi. Chi fosse incuriosito può già richiederlo online sul sito dell'editore "Effigi". Lo riceverà con il 15% di sconto e senza spese di spedizione.
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giovedì 24 novembre 2016

Primo giorno di scuola



Fare il maestro è un po' come partecipare a un beffardo gioco dell'oca: ogni cinque anni, se non più spesso, si ritorna alla casella di partenza per "prendere la prima" e in un colpo solo ci si sente franare addosso tutto il tempo passato dall'ultima volta. 
Il risultato è che si invecchia a strappi. 
A questo effetto concorrono molte emozioni, la malinconia e la nostalgia per una situazione che si è definitivamente sciolta, la leggerezza, l'ansia e la curiosità per la nuova da costruire, i rimpianti e le aspettative, i ricordi e il timore, l'eccitazione, la stanchezza, un pizzico di orgoglio; e altre sensazioni, variamente miscelate.
Non è facile passare dalla quotidianità con un gruppo di preadolescenti, con i quali si è costruito un  rapporto affettivo, o comunque di comunanza, a quella con una ventina di nanerottoli sconosciuti e inafferrabili, che devono imparare anche a soffiarsi il naso e allacciarsi le scarpe.
Chiedete a qualsiasi insegnante com'è la prima. "...faticosa..." vi risponderà. 
Perché si tratta davvero di ricominciare tutto da capo.

Primo, costruire il gruppo. 
Non si impara se non in situazione sociale e ogni scuola firma i propri alunni a partire dalla qualità dei rapporti tra i singoli, dall'armonia che è capace di esprimere nella vita di relazione, dal livello di rispetto, conoscenza ed empatia che si raggiunge nello stare insieme. Realizzare una piccola comunità che permetta a tutti di sentirsi liberi, protetti e riconosciuti è il primo compito che ci aspetta. 
Secondo, conoscere gli individui.
Ogni persona è unica e porta risorse e bisogni irripetibili, se non si entra in confidenza con la personalità di ciascun bambino non sarà possibile offrirgli occasioni adeguate di apprendimento e crescita. Se non si riesce, almeno approssimativamente, a indovinare la natura e la direzione dei suoi talenti sarà difficile che trovi da solo la strada per diventare quello che è già. 
Non è roba da poco.  
Sulla porta, reale e metaforica, della prima c'è davvero da chiedersi: "Ce la farò a fare meno danni possibile?" Tanto più se quella porta la di deve attraversare subito dopo aver compiuto sessant'anni, dieci volte quelli degli alunni.
È una domanda legittima, ma dura il tempo di una mezza estate. Poi a settembre è come quando l'arbitro fischia l'inizio della partita, che si abbia di fronte il Real Madrid o il Cuoiopelli l'unica cosa da fare è prendere posizione e cominciare a giocare. 
Oggi è appunto il giorno che si gioca a diventare grandi. Il primo giorno di prima primaria, che un tempo si chiamava elementare, ma è la stessa cosa. 
Per me è anche il giorno che per l'ultima volta mi rimandano sulla prima casella.

Abbiamo fatto le cose in grande quest'anno alla Pestalozzi, all'ingresso vecchi e nuovi alunni trovano in giardino un fantasmagorico Villaggio Vacanze, con campeggiatrici in pigiama, pescatori sfortunati, alpinisti coraggiosi, turiste svampite, ballerine ammalianti, abbronzati villeggianti inizio secolo, un prestante bagnino, un elegantissimo dejeneur sur l'herbe, un picnic completo di formiche, un gruppo di atlete alla ricerca della forma perfetta, un direttore/imbonitore impegnato a fare gli onori di casa... Un divertito e divertente benvenuto, concluso da una mini caccia al tesoro per arrivare nell'aula assegnata ad ogni classe. 

Ci arrivano anche i bambini di prima alla loro nuova aula e si mettono a sedere ai banchi esagonali, alle pareti trovano i loro disegni della scuola dell'infanzia, tanto per non farli sentire troppo spaesati. Entro dietro di loro con gli altri colleghi, abbiamo pensato di presentarci tutti insieme (una questione di imprinting) e abbiamo anche programmato un bel discorsino introduttivo a più voci. Ma un bambino intraprendente ha già la mano alzata: "Maestro, ma ora quando si gioca?" 
Già, secondo lui finora abbiamo lavorato troppo...
Una bambina minutissima non aspetta la risposta: "Cosa c'è a merenda?"
Uno piccolo con il labbro già un po' tremulo "Quando vengono le mamme?"
Un biondo dall'aria di chi sa il fatto suo: "Dov'è il bagno?"
E così i bisogni primari sono soddisfatti.
Per fortuna c'è anche la secchiona: "Oggi ci dai i quaderni?"
Il palinsesto è già stravolto, si sono messi al timone, vediamo dove ci portano; tanto abbiamo preparato un ambiente con pochi scogli, al massimo rischiamo qualche piccola ammaccatura mentre sono più che probabili delle belle sorprese...

Quattro ore dopo li accompagno all'uscita (il primo giorno orario corto per i più piccoli). Non mi sono ancora fatto un'idea precisa di cosa è successo veramente stamattina, verrà nel pomeriggio il tempo della riflessione e del diario di bordo. Riepilogherò le attività e gli episodi, le sensazioni e le ipotesi, qualche nome, molte facce. Ricostruirò il nostro scrutarci, annusarci, misurarci. I primi passi di molti che dovranno venire. Per ora sono troppo vicino e dentro la situazione per mettere in fila gli ingredienti, per analizzare cosa è avvenuto sopra e appena sotto la superficie, per valutare i miei sentimenti e quelli dei bambini. Per capire come è andato questo ultimo/primo giorno di scuola.
Li riconsegno ai genitori, che non conosco, controllando che per ognuno ci sia un adulto ragionevolmente abbinabile. Sono i bambini stessi che devono indicarmi la mamma o il babbo o le tate.
La piccola Anna corre incontro alla mamma, le si arrampica velocemente in collo e l'abbraccia stretta. Dopo le prende il viso tra le mani per essere sicura che l'ascolti e sento la voce della bambina dei Simpson chiedere: "Mamma ti prego, domani ci posso tornare?" 

Bene! Ora so di avere un bonus che arriva almeno al secondo giorno di scuola. Per i successivi si potrà lavorarci. 

L'entusiasmo nella voce di Anna ha rimosso gli anni che mi erano cascati addosso durante l'estate, a fare i maestri capita anche di ringiovanire a strappi. 

Paolo Scopetani