lunedì 29 gennaio 2018

Lezioni di piano 2


Prima di tutto grazie.
I numerosi contatti e i commenti suscitati da “Lezioni di piano” mi hanno sorpreso e gratificato ben oltre i meriti del testo stesso, Ed è senz'altro riduttivo chiamarli commenti, in effetti si tratta di veri e propri articoli, completi, profondi, suggestivi, scritti con competenza e passione.
Tutti hanno sollecitato quello che dovrebbe essere l'unico orgoglio di un maestro: vedersi superare da coloro a cui si rivolge, e con tutti sono d'accordo (anche se alcuni si pongono in netta giustapposizione e danno letture del fenomeno apparentemente opposte).
Questo non fa che confermare che viviamo “strani tempi” e che “la confusione è grande sotto il cielo”. Quindi “la situazione è favorevole”.
Meno male perché a scuola, e sotto, sopra e tutto intorno, c'è un gran bisogno di ottimismo, piacevolezza, curiosità e fiducia; compito difficile, che visto il contesto sembrerebbe un passaggio di quarto grado, ma potrebbe essere che brancoliamo nel buio solo perché ci ostiniamo a tenere gli occhi chiusi o forse si tratta di cercare meglio il punto della parete dove qualcuno deve pur aver sistemato l'interruttore della luce!
Come persone, genitori e insegnanti siamo costantemente frustrati da innumerevoli situazioni, non ultima il mancato ascolto che rimproveriamo ai nostri figli/alunni, ma noi con che moneta li ripaghiamo? E cosa significa ascoltare? Di quali azioni è parente e a quali scopi serve davvero l'ascolto?

Da qualche tempo Giuditta viene a scuola di malavoglia, strascica i piedi nel corridoio, la testa inclinata sulla spalla, lo sguardo sfuggente e perso nel vuoto.
Inutile chiederle cos'è che non va, si nasconde dietro un libro e chiude la comunicazione prima ancora di aprirla.
Per qualche tempo l'assedio con domande prima discrete poi pressanti, la blandisco con promesse, la scuoto con minacce (che tutti e due sappiamo non manterrò) la punisco con abbandoni tanto risentiti quanto temporanei; poi ritorno invariabilmente a importunarla con la mia curiosità offesa.
Certo sono interessato a lei, mi dispiace il suo malessere, ma soprattutto mi innervosisce il non capire. Giuditta è una bambina intelligente, pronta, brillante, non ha difficoltà scolastiche né tantomeno relazionali, anche in famiglia non ci sono problemi. Nessuna ragione di disagio.
Allora che cosa la infastidisce tanto?
In fondo le contesto proprio il diritto di essere triste e il non volermene spiegare le ragioni.
Oggi arriviamo insieme davanti alla porta di scuola, entrando la saluto, lei mi risponde con lo stesso broncio assonnato dei giorni precedenti e, forse perché anch'io ho sonno e vorrei fortemente essere altrove, mi scappa un sorriso complice. Lei raddrizza la testa.
Prima di pensarci mi chino e allargo le braccia, dondola come fosse un po' incerta, ma fa due passi e si attacca con slancio al mio collo. Mi alzo e viene su come una piuma. Mentre percorriamo il corridoio verso la classe le mormoro “...che succede?..” ho paura di aver osato troppo “...ora si chiude e non risponde...” Penso.
Invece sussurra qualcosa. “...mi stanno tutti addossso, non mi piace...”
In effetti è la bambina più contesa del gruppo, sempre al centro dei giochi e delle scelte nel lavoro, la compagna ideale per tutti.
“...beh la popolarità ha i suoi lati negativi, ma sarebbe peggio essere ignorata ed esclusa, non credi?...”
“...vorrei nascondermi e che nessuno mi vedesse più, mai più, stare per sempre sola...”
Nel dirlo affonda il viso sulla mia spalla, eppure mi sembra di vederle brillare due lacrime.
Nel suo tono c'è una determinazione così totale ed esclusiva che dà le vertigini. Non posso fare altro che stringerla più forte, quasi che fuori di questo abbraccio l'aspettasse un precipizio.
Al contrario di noi maschietti, prosaicamente relativisti, le donne hanno una pericolosa attrazione per l'assoluto, le piccole donne non fanno eccezione, come si fa a non sentire il bisogno di proteggerle?
Siamo arrivati davanti alla nostra aula e la piuma si è trasformata in piombo.
Mi siedo su un tavolo per continuare a sostenerla, “vuoi che parli io agli altri per chiedergli di lasciarti un po' respirare?”  Pensa solo un attimo, scuote la testa “...macchè!...”
Scende con l'agile imbarazzo dei gattini che sono saliti troppo in alto su un tronco e per la prima volta da giorni la vedo correre verso la porta della classe, protesa in avanti con una spalla più bassa  ginocchia e braccia che mulinano comicamente. È proprio buffa.
“...mercoledì devo lavorare meglio sulla corsa in palestra...”penso.
Entro e la vedo impegnata in una fitta conversazione con Allegra che è arrivata prima di noi.
Ridono di qualcosa che non saprò mai e se lo sapessi sicuramente non capirei. Resto lì a pensare a quello che è appena successo.

Ho capito le ragioni del malessere di Giuditta? No.
L'ho ascoltata? Si.
È servito a sbloccare la situazione? Non lo so, ma non posso/voglio escluderlo.
Di sicuro lei si è improvvisamente distesa e rilassata, dipende dal nostro breve colloquio?
Chi lo sa?
Forse si era semplicemente stancata di fare la “signorina tu mi stufi”. Forse mi ha detto la prima cosa che le è venuta in mente per tacitare le mie noiose indagini. Forse ha avuto paura che parlando con i suoi compagni l'avrei messa in imbarazzo.
Oppure ho trovato l'interruttore e si è accesa la luce, per lei, perchè io sono ancora al buio.
Mi viene in mente che ascoltare non ha alcuna relazione con il capire, magari è più vicino al
com-prendere, se questo verbo deriva etimologicamente da cum-prendere, prendere con sé. Insomma abbracciare. Ed io Giuditta non solo l'ho presa con me ma l'ho anche portata per tutto il corridoio offrendole (e concedendomi) il privilegio di un abbraccio gratis e di uno scambio disinteressato.
Perchè non potrebbe essere questa la ragione del superamento del malumore di Giuditta, qualunque causa avesse? Ed ha qualche importanza che io arrivi a conoscere questa ragione?
È un lunedì uggioso e sono arrivato a scuola senza avere nessuna idea di cosa proporre ai ragazzi, però nel fine settimana sono inciampato in una poesia che parla di abbracci, potrebbe essere un'idea...     

Paolo Scopetani


lunedì 15 gennaio 2018

Lezioni di piano


Cristina non è solo una collega competente e professionale, ma anche la responsabile/ideatrice del nostro progetto di educazione affettiva, e una persona molto accogliente, che ha fatto del capire e aiutare gli altri un mestiere praticato a lungo con passione e intelligenza.
Eppure il suo sguardo è insolitamente disorientato quando la incontro in giardino durante l'intervallo.
“Mi devo sfogare con qualcuno, i bambini non mi ascoltano più, non riesco a farli stare attenti, le parole scivolano su di loro come pioggia sui tetti... spiego più volte le prove, anche ad uno per volta... dicono sempre di aver capito e poi continuano a fare errori incomprensibili...”
Annuisco in silenzio perchè non so cosa dirle, ho il suo stesso problema e a quanto mi risulta anche gli altri colleghi della nostra scuola.
I ragazzi sono svegli, veloci, brillanti e simpatici, senz'altro intelligenti; si mostrano incontenibili nella narrazione delle loro esperienze (e sordi ai racconti altrui) molto competenti nell'esprimere i propri bisogni (e disarmati di fronte alla prospettiva che i compagni ne abbiano di personali) precocemente dialettici nell'affermare i propri punti di vista (e incapaci di prendere in considerazione l'idea che possano essercene altri) capaci di associazioni libere degne di spericolati acrobati (e inadatti a seguire un filo logico elementare nelle discussioni collettive)... Soprattutto appaiono refrattari a qualsiasi tipo di ascolto, legato a consegne o istruzioni di tipo strettamente tecnico/scolastico, impartite dagli insegnanti.
Le conseguenze di questo atteggiamento assumono talvolta contorni di comicità involontaria.
Ad esempio so benissimo che se chiedo di eseguire un'operazione (anche semplice) che preveda vari step, già a metà dell'enunciazione del secondo i pensieri dei bambini stanno galoppando, o volteggiando, lontano... anche se i loro occhi continuano a fissarmi con un'ingannevole luce di benevolenza.
Poi, quando do il via all'esecuzione del compito, si scatena la tempesta delle domande, perlopiù assolutamente non pertinenti, delle azioni illogiche e inefficaci, se non dannose, o del semplice continuare a fare quello che più desiderano, senza porsi il problema di quanto gli è stato appena chiesto.
In una situazione del genere gli insegnanti, per reagire alla frustrazione, sono soliti alzare la voce, visto che non possono alzare le mani, ma il risultato è solo quello di aumentare la confusione, producendo oltretutto danno alla propia immagine, di persone e di educatori.
Meglio allora respirare profondo e andare alla ricerca delle cause del fenomeno.

“ Scilla, ho chiesto a tutti di prendere il fascicolo di italiano, metterci l'ultima scheda fatta, portarlo nello zaino e tornare al proprio posto... mi spieghi allora perchè stai disegnando?”

Alza su di me i suoi incredibili, grandissimi occhi con gli angoli rivolti all'ingiù. È un'impressione sbagliata o in fondo al suo sguardo guizza una piccola luce canzonatoria?
Stiamo così in silenzio a fissarci per alcuni interminabili secondi, non mi risponde, non con le parole almeno, ed alla fine sono io che mi stacco dal muto colloquio.
Probabilmente sbaglio ma la risposta che ho letto in quel lungo imbarazzante sguardo è:
“ Lo hai chiesto a tutti, ma non a me, io sono Scilla, mica tutti!”
O forse il messaggio era ancora più semplice:
“ Sto disegnando perchè ora mi va di farlo!”

Ma queste sono solo proiezioni mie, l'unica sicurezza che mi rimane è la mancanza di un livello basico di comunicazione condiviso. La verità è che io e Scilla parliamo due lingue diverse, senza apparenti punti di contatto.
Qualcosa che a scuola non possiamo permetterci, e allora parto di nuovo alla caccia delle ragioni e delle responsabilità'.
“ ...La digitalizzazione sta cambiando i processi di pensiero della razza umana, siamo di fronte ad una rivoluzione dagli effetti imprevedibili e devastanti. È chiaro che i bambini stiano perdendo le capacità di ascolto: avete visto le famiglie ai tavoli dei ristoranti? Ognuno ipnotizzato dal proprio maledetto display luminoso...”

La tentazione di attribuire tutte le colpe al nuovo Satana tecnologico è forte, ma non voglio cedere troppo facilmente ai miei pregiudizi di insegnante irrimediabilmente vintage e credo che i problemi complessi non abbiano spiegazioni semplici. E tantomeno soluzioni facili. 
Chi propone soluzioni facili nel migliore dei casi è un illuso, nel peggiore un imbroglione, cerchiamo quindi di essere raffinati ed onesti (o di sembrarlo).

“...Forse pretendere che i figli del terzo millennio stiano allineati e coperti come tanti soldatini, senza capirne le ragioni, è una richiesta eccessiva. Noi lo facevamo, loro sono più avanti. Invece di chiedergli un'attenzione acritica sarebbe meglio lavorare sulle motivazioni, proporre le situazioni in maniera problematica, sottoporli a prove autentiche in modo che siano loro stessi a mettere in atto i processi necessari a trovare le vie d'uscita...”

“...Vabbè! Ora non pecchiamo di eccessivo intellettualismo pseudodemocratico... non posso certo indire un'assemblea costituente tutte le volte che Gianni si alza per andare in bagno (per la terza volta nell'ultima mezzora) proprio mentre inizio a spiegare la prova che dovrà eseguire nei 45 minuti di lezione che restano!...”

Il dibattito dentro di me è arrivato a questo punto quando le adenoidi cantilenanti di Tommi interrompono i miei pensieri:
“Maestro stasera esco prima perchè ho il saggio di pianoforte...”
Mi riscuoto e gli accarezzo leggermente la testa.
“ Ah sì? Bravo Tommi! Non sapevo che tu sapessi suonare il pia...”

Gli occhi mi si accendono e forse non è solo la luce che entra dalle orecchie.
Tommi è il bambino più piccolo della classe, non ha ancora 7 anni, un biondino minuscolo, tenerissimo, dispettoso; mai fermo, tranne quando si spenge improvvisamente come sanno fare solo i neonati.
Non sa ancora allacciarsi le scarpe ed ha grossi problemi a trovarsi il naso quando deve soffiarselo, eppure sa già leggere ed eseguire uno spartito di Mozart...
Nell'epoca delle strumentazioni analogiche questo si sarebbe chiamato “mettere il carro avanti ai buoi”. Nell'era digitale non so come potremmo definirlo, ma ho il sospetto che la questione sia collegata all'apparente calo delle capacità attentive delle nuove generazioni.
Dovrò parlarne con Cristina e con gli altri, insieme potremmo tirar fuori qualcosa di buono da questo abbozzo di idea... e voi che ne pensate?
         
Paolo Scopetani

lunedì 27 novembre 2017

Once upon a time


Caro Matteo,
alle elementari sono stato meno fortunato di te: avevo la scuola a due passi da casa e andare da solo dalla piazzetta di Rovezzano a quella della chiesa, dove si apriva il cancello di ingresso, non richiedeva alcun eroismo. Ma quando venne il momento di passare alla scuola media le cose cambiarono davvero.
La scuola media per me volle dire mettere i calzoni lunghi (due paia, uno aviazione e l'altro beige, tinte che mi sono rimaste indelebilmente addosso) e soprattutto prendere tutti i giorni il 34 per andare in centro, insieme ad un piccolo gruppo di amici.
Il primo giorno due compagne di un anno più grandi furono obbligate dalle mamme ad accompagnarci, sull'autobus ci presero in disparte e ci dissero:
“Bambini, per questa volta vi portiamo noi, ma guardate bene la strada perchè da domani non vi conosciamo nemmeno.”
E questo fu tutto quello che passò tra noi sull'argomento.
Scendevamo alla fermata di piazza Salvemini e per arrivare a scuola, all'angolo tra Borgo Pinti e via della Colonna, potevamo scegliere tra una miriade di alternative, nei giorni successivi le esplorammo tutte, come fossimo (e lo eravamo) in terre incognite.
Facemmo anche molte altre scoperte: il negozio dove trovare il materiale da disegno era in via de' Servi, quello per la divisa da ginnastica in piazza San Firenze, la tessera dell'autobus doveva essere richiesta in piazza del Duomo, ma i documenti necessari li consegnavano in palazzo Vecchio (ingresso via dei Leoni) e le foto tessera si facevano dal fotografo in via della Condotta. Per i libri poi bisognava arrivare fino in via San Gallo, da Le Monnier, o addirittura in via Laura, in una leggendaria libreria dell'usato...
La geografia della città si dipanava sotto i nostri passi di ragazzi, impegnati a compiere tutta una serie di doveri che i nostri genitori si guardavano bene dal risparmiarci. Un po' perché già occupati in tutt'altro, molto perché allora era normale che il cambiamento di scuola coincidesse con un diverso carico di responsabilità, che si poteva adempiere solo attraverso la conquista di maggiori spazi di autonomia. I patti erano chiari: “se sei capace di cavartela va bene, sennò ti arrangi e per noi va bene lo stesso”.
Tutti i giorni ci trovavamo di fronte a nuove “prove autentiche” (oggi le chiamiamo così) e non tutte ci procuravano ansia o fatica. Ad esempio non fu affatto sgradevole scoprire dove i nostri coetanei cittadini giocavano a pallone (in piazza D'Azeglio c'è ancora il campino dove sudavamo insieme). All'inizio non ci accettarono volentieri, ci consideravano un po' campagnoli, ma eravamo anche malandrini a sufficienza e per i maschi il calcio è un linguaggio universale, come la musica.
Quando era l'ora di tornare a casa prendevamo Borgo Pinti tutto a dritta, fino a sbarcare all'Arco di San Pierino, luogo di dubbia fama. Ci passavamo sotto stringendo impercettibilmente le fila e affrettando il passo, ci piaceva quella leggera sensazione di pericolo che ci faceva sentire più grandi e “...delli vizi umani esperti e del valor...” Con il tempo trovammo anche sufficiente coraggio per fermarci all'ombra dell'arco a comprare nella vecchia friggitoria coccoli e polenta fritta, avvolta nella carta gialla da macellaio.
Sull'autobus era considerato un disonore arreggersi agli “appositi sostegni”. La sfida consisteva nell'effettuare tutto il percorso di ritorno rimanendo in equilibrio, senza appoggiarsi ad alcunché.
La vetture erano verdi e rumorose, non avevano mai gli ammortizzatori scarichi, perchè penso non li avessero proprio, le strade erano tappezzate di buche, gli autisti prendevano le curve ad una velocità che oggi comporterebbe il ritiro immediato della patente.
Il bigliettaio osservava, più o meno benevolo, le nostre evoluzioni dall'alto della sua postazione strategica, il pollice inguainato nel ditale di gomma appoggiato al grosso blocco dei biglietti (40 lire l'uno).
Se esageravamo con gli schiamazzi o l'autobus era troppo affollato ci faceva scorrere avanti con un'alzata di sopracciglia e poche eloquenti parole. Quando gli passavamo davanti lo scappellotto era un prezzo ragionevole, da accettare senza fare storie in cambio dell'indulgenza mostrata fino a quel momento
Così la comunità dei piccoli (non più tanto piccoli) e quella dei grandi procedevano parallele, contigue e apparentemente estranee. Avevamo la sensazione di essere costantemente liberi nelle scelte dei percorsi e delle azioni.
Ripensandoci ora credo invece ci fossero innumerevoli sguardi a tutela della nostra vita di ragazzi, almeno di quella “ufficiale”, come nel caso del percorso casa/scuola.

Oggi la questione è diventata oggetto di una sentenza della corte di Cassazione, le motivazioni giuridiche saranno senz'altro fondate e inattaccabili, ma questo non toglie che il fatto sembri offendere il buon senso, e provochi nei ragazzi di ieri una leggera tristezza.

Paolo Scopetani

lunedì 13 novembre 2017

Come eravamo


Otto e cinque, otto e dieci. Era l’orario fissato ogni giorno con il mio compagno di classe che abitava di fronte a me per andare a scuola a piedi.
Cominciammo ad andare da soli dal primo di Ottobre dell’anno in cui iniziammo la prima elementare (a quel tempo si chiamava così). Un chilometro o poco meno da percorrere per arrivare da casa a scuola, sette attraversamenti di cui due con semaforo e gli altri cinque sulle strisce, dai dieci ai quindici minuti di cammino. I primi quindici giorni di scuola i nostri genitori ci accompagnarono per insegnarci la strada e perché l’orario era provvisorio.
Il primo attraversamento era quello più pericoloso perché indugiavo tra lo stare concentrato a guardare la strada o volgere lo sguardo all’insù, alla ricerca di quello di mia madre che mi osservava dalla terrazza a ringhiera della cucina. Attraversata la prima strada, mi dirigevo con passo veloce e risoluto verso l’abitazione del mio amico che spesso era già ad aspettarmi sul suo portone di casa, allora mi giravo un’ultima volta e con la mano alzata salutavo la mamma  che poi rincasava congedandosi da me. Lungo la strada, l’attività preferita era quella di cercare la targa più recente: da appena un anno le targhe posteriori erano cambiate, le iniziali della provincia erano sempre su sfondo nero ma erano arancioni e non più bianche e a Firenze cominciavano a esserci le prime targhe con una lettera oltre ai numeri. Sulle spalle portavamo la cartella e non lo zaino e le merende erano sempre preparate in casa dalle mamme che non ci accompagnavano a scuola non perché lavorassero e non avessero tempo ma perché, salvo alcune eccezioni, era prassi fare così, faceva parte della crescita, del cambiamento: quando andrai a scuola per imparare a leggere e scrivere ci andrai da solo perché sarai grande. All’uscita la maestra ci accompagnava fino al cancello che dava sulla piazza dove era la mia scuola e poi ci salutava senza l’ansia di doverci riconsegnare ai genitori. Chi aveva il genitore che lo aspettava, lo cercava e andava da lui, chi, come me, non aveva nessuno ad aspettarlo andava verso casa. La strada del ritorno era circa uguale a quella dell’andata ma ci mettevamo molto di più perché eravamo più bambini e andavamo di casa in casa ad accompagnare ognuno e poi parlavamo e ci confrontavamo su ciò che era successo a scuola, sui compiti, sui compagni, sulle maestre, qualche volta poteva accadere che ci azzuffassimo, sicuramente abbiamo combinato varie birbonate ma bastava che intervenisse un qualsiasi adulto e sentivamo subito la sua autorevolezza. In terza elementare mi regalarono una bicicletta e in poco tempo cominciai ad usarla per andarci a scuola. Dalla quinta elementare portavo sulla canna della bici mia sorella che aveva iniziato la prima elementare, ci divertivamo come pazzi. Una volta siamo cascati e ci siamo abrasi ginocchia, palmi delle mani e gomiti, ci soccorse la signora che aveva il negozio di pasta fatta a mano all’angolo della strada dove era avvenuta la caduta e per consolarci ci dette un tortellone di spinaci e ricotta a testa di cui ricordo ancora il sapore. Non esistevano il caschetto né le piste ciclabili, il traffico certamente era minore ma gli incidenti, anche mortali, purtroppo accadevano e non erano così rari. La cosa che c’era e che ora non c’è più è che bambini e ragazzi erano di tutti e di nessuno, ogni adulto si sentiva responsabile dell’educazione dei ragazzi e allo stesso tempo gli adulti ed i ragazzi si fidavano un po’ di più degli altri. Forse c’era meno consapevolezza in generale ma sicuramente c’era una maggiore responsabilità sociale. I bambini erano più liberi di imparare e quindi anche di sbagliare, non avevano cellulari a sorvegliarli ma una rete di adulti che spesso si conoscevano solo di vista ma avevano, in modo naturale ed implicito, tutti lo stesso obiettivo: far crescere i ragazzi che trovavano sulla loro strada.

Matteo Bianchini

lunedì 18 settembre 2017

No, a scuola non ci voglio andare!




Esco presto stamattina, mi aspetta un ennesimo nuovo inizio. Prendo l’ascensore perché sono ancora assonnato, inforco la bicicletta e parto in direzione della mia scuola. Penso alla giornata che mi aspetta, progettata nei minimi particolari insieme ai miei colleghi, all’accoglienza dei nuovi arrivi, all’emozione dei bambini nel rivedersi e un po’ anche all’imbarazzo nell’incontrarsi… dopo tanto tempo. Al semaforo ad aspettare che scatti il verde mi trovo insieme a un bambino che abita nel mio palazzo, ha il grembiule e lo zainetto e sta protestando in modo fermo e risoluto con la sua mamma: …ti ho detto che non ci voglio andare a scuola! -  la mamma pazientemente cerca di convincere il figlio: Dai Giovanni, anche Giulio va a scuolatutti i bambini quando diventano grandi come te vanno a scuola…il piccolo bimbetto, che probabilmente è al suo primo giorno di scuola primaria insiste: a me non mi importa cosa fa Giulio e cosa fanno tutti i bambini della mia età, io non voglio andarci a scuola, se loro ci vogliono andare io non gli dico mica niente! Si mette male, la mamma con tono un po’ più deciso tenta la strada del dovere: Giovanni a scuola i bambini ci devono andare, non si può non andare, la scuola è un obbligo...il bambino replica prontamente: allora mamma te e il babbo mi obbligate ad andare a scuola, mi costringete, anche se io non ci voglio andare…quindi la scuola è come prendere la medicina quando si sta male…ma io sto bene non sono malato! Ormai il verde è scattato varie volte ma nonostante sappia che rischio di arrivare in ritardo sono rapito dai ragionamenti di Giovanni e sono curioso di capire come ne uscirà la mamma: ma no amore, a scuola si imparano tante cose, si conoscono tanti amici… il bambino ora fissa minaccioso sua madre, poi si guarda le dita e iniziando a contare dice: uno io di amici ne ho tanti e mi bastano quelli che ho, due io imparo tante cose anche a stare a casa, ad andare a giro a fare la spesa con la nonna, a stare da solo in terrazzo a vedere le persone che passano mentre nonna cucina e a farmi raccontare le storie da nonno. La mamma ormai esausta non sa più con quali argomenti poter persuadere il proprio figlio, ad un tratto le si illumina il viso, mi ha visto, mi ha riconosciuto, ci salutiamo appena – “buon giorno” e “buona sera” – ma sa che di mestiere faccio il maestro: Giovanni, lo riconosci il signore del quarto piano? Sai che lui è un maestro? Chiediamoglielo a lui se devi andare a scuola… il suo tono ora è tra il minaccioso e il disperato, Giovanni mi squadra dall’alto in basso poi, dopo un po’ di esitazione mi chiede: a te piace andare a scuola? Senza alcuna esitazione gli rispondo affermativamente. Lui altrettanto velocemente mi chiede: perché? Ecco, i bambini vogliono sapere sempre il perché delle cose, non si accontentano mai della prima risposta…indugio un attimo e poi gli rispondo:  perché mi diverto…; e ci giochi con i bambini? – mi incalza Giovanni – certo! Gli rispondo immediatamente.
Ma poi smetti di giocarci perché devi andare a lavorare vero? Mentre sorrido interviene la mamma: ma no Giovanni, è il suo lavoro! Giovanni mi guarda incredulo e aggiunge: allora tutti i genitori dovrebbero fare di lavoro i maestri…ma ti pagano? Beh…sì…per ora… rispondo un po’ imbarazzato…Mamma allora ho deciso, io non voglio andare a scuola ora ma da grande voglio fare il maestro…l’ultima frase pronunciata da Giovanni strappa un sorriso sia a sua madre che a me, guardo l’orologio, è veramente tardi, il semaforo è un’altra volta verde, riparto a pedalare velocemente e lascio Giovanni al prologo del suo primo giorno di scuola: non è ancora entrato in classe ma ha già capito l’essenza del mio lavoro: mi pagano (poco) per divertirmi (tanto)…e finché mi divertirò varrà la pena fare questo mestiere per me e per tutti i Giovanni che incontrerò.

Matteo Bianchini