lunedì 11 luglio 2016

Lezioni per le vacanze


Guarda il mondo intorno a te con curiosità, divertimento e intelligenza.

Ferma le tue scoperte con la scrittura, perché altrimenti le perderai; vai al cinema, a teatro, nelle librerie, nelle biblioteche, nei musei... annoiati a lungo, senza paura. Fantastica, inventa, sogna.
Usa i computer e i tablet per informarti: per giocare ci sono gli amici, i prati, i campi, le piazze... cerca sempre ciò che è invisibile agli occhi usando tutti i linguaggi che conosci, il disegno, la logica, la musica, la matematica, la poesia...
E non dimenticarti di fare tre cose tutti i giorni:

Leggere, leggere, leggere!



Un abbraccio lungo tutta l'estate

Matteo e Paolo

lunedì 16 maggio 2016

EDUCHIAMO ...chi ama educa





Perché un workshop residenziale?

Osa diventare ciò che sei. E non disarmarti facilmente. 
Ci sono meravigliose opportunità in ogni essere. 
Persuaditi della tua forza (…)
Andrè Gide

Il nostro "giro d'Italia" a rincorrere ed accompagnare il film ci ha regalato l’opportunità di conoscere tante bellissime persone ed esperienze di vita. È da questi incontri che è germogliata l’idea di organizzare un workshop residenziale, un’idea seminata nella terra fertile delle tante parole, sorrisi, abbracci che abbiamo avuto la fortuna di raccogliere e annaffiata dall’acqua nutriente delle molte realtà vitali ed accoglienti che abbiamo toccato.
Poi l'idea è cresciuta, nutrita dalle richieste e dall'attenzione di tante persone che ormai ci seguono e ci conoscono: colleghi, ma anche genitori, medici, infermieri, avvocati, psicologi, commercianti, disoccupati, casalinghi, operai, manager, pensionati... Società davvero civile.
Perché l’intelligenza emotiva, le competenze sociali e relazionali non sono importanti solo per gli insegnanti o per alcune categorie professionali, sono risorse fondamentali per qualsiasi persona indipendentemente dalle appartenenze e dal ruolo che ricopre nella società.

Perché il titolo “EDUCHIAMO …chi ama educa”?

Qualcuno potrebbe pensare che questo titolo si rivolga soprattutto o esclusivamente al mondo della formazione, perché la parola educazione evoca quel contesto.  Il nostro scopo è invece quello di lanciare l’ennesima provocazione: l’educazione non riguarda solo la scuola o chi fa formazione, ma accompagna e permea tutta la nostra vita: continuamente, nel nostro agire quotidiano, rivestiamo il ruolo di educatori e siamo educati, consapevolmente o no.  Il verbo educare viene dal latino exducere, tirare fuori, tirare fuori cosa? Tirare fuori ciò che siamo! E niente è più difficile, per riuscirci abbiamo bisogno dell'aiuto degli altri che, paradossalmente, sembrano spesso anche il principale intralcio al raggiungimento del risultato. Gli altri possono essere la nostra palestra, il nostro specchio, coloro che ci ostacolano o che ci favoriscono, un alibi o un'occasione di consapevolezza... E comunque non ci si salva senza di loro. 
Ma se non sappiamo chi siamo, se non abbiamo consapevolezza di noi stessi, delle nostre emozioni e delle nostre esigenze come possiamo stabilire un contatto e una relazione positiva con gli altri? Se non rispettiamo noi stessi come facciamo a rispettare gli altri? E come possiamo pretendere che gli altri ci rispettino?
Bisogna voler bene a noi stessi per riuscire a stare bene con gli altri…”ama il prossimo tuo come te stesso” diceva qualcuno tempo fa, forse per cominciare basterebbe molto meno... Vogliamo provarci insieme?

martedì 26 aprile 2016

Gli appoggiati



Tempo fa ho letto un libro che appellava gli adolescenti “gli sdraiati”, mi sono divertito a pensare che se dovessimo utilizzare la modalità posturale per definire gli stadi di sviluppo dell’età evolutiva prima degli sdraiati ci sarebbero gli “appoggiati” e prima ancora gli “appiccicati”.
Ogni giorno quando arrivo a scuola sono assaltato da qualche bimbo che per salutarmi mi viene addosso e si appoggia a me come fossi un muro, un tavolo, un posto insomma su cui poter posare il suo peso per un po’, poi svanisce nel niente come se quel momento gli fosse servito per “ricaricarsi”. Un po’ come succedeva nel film il pianeta verde (La Belle Verte) dove però erano gli adulti che ritrovavano l’energia abbracciando i neonati.
C’è un periodo della vita in cui i bambini si incollano all’adulto come paguri agli scogli, si sostengono a te ma si appoggiano anche agli altri loro coetanei, hanno bisogno di questo contatto fisico.
Li osservo in giardino che avanzano a schiere di 3-4 bambini attorcigliati tra di loro, 6-8 gambette che camminano in modo assolutamente asincrono andando ognuna in una direzione diversa eppure i loro corpi non si scollano, barcollano da una parte all’altra dello spazio che hanno a disposizione, sembra caschino per terra da un momento all’altro, e invece riescono a non cadere grazie ad una legge fisica non ancora scoperta.
Tra qualche anno non si appoggeranno più e si lasceranno vincere dalla forza di gravità per diventare adolescenti ovvero “gli sdraiati”.
Prima di preferire la posizione orizzontale passano la fase degli “appoggiati”. Si abbarbicano soprattutto ai più grandi, non necessariamente agli adulti, non riesci a liberartene facilmente perché te li ritrovi in collo o sulle spalle senza sapere nemmeno come sia successo.
Ci sono momenti, come quello dell’inizio e della fine della giornata scolastica, che sono più sensibili all’assalto: la mensa è uno di questi, te li ritrovi ovunque mentre stai cercando di finire il tuo pranzo.
La ricreazione è un altro dei momenti in cui devi stare attento alle imboscate, di solito c’è sempre quel bambino o quella bambina che quel giorno non riesce a giocare con i compagni, oppure è un po’ giù di corda, e ti si abbranca come tu fossi l’ancora di salvezza della sua vita e non ti molla fisicamente per tutto il tempo dell’intervallo.
La maggior parte dei bambini nell’età dell’infanzia ha bisogno di “tocchicciare”, dare pizzicotti,
agguantare, abbracciare, accarezzare, ha bisogno del contatto fisico, è per loro un modo per relazionarsi ma anche per conoscere, non scordiamoci che i più piccoli la prima cosa che fanno appena afferrano qualcosa è mettersela in bocca: assaggiarla…prima di essere “gli appoggiati” i bambini sono “gli appiccicati”, non si scollano e protestano se qualcuno li lascia a loro stessi, si incollano all’adulto nel senso che vogliono stare in collo non solo per un motivo di sicurezza ma anche di conoscenza.
Attraverso il contatto fisico, lo sguardo, conosciamo noi stessi e gli altri.
La comunicazione non verbale, la prossemica, è molto più incisiva e importante di quella verbale. Si comunica molto più con lo sguardo o con la nostra postura che con le parole.
Molto spesso i bambini mi osservano e si avvicinano a me indovinando il mio stato d’animo senza che io abbia proferito parola. “Maestro sei pensieroso eh oggi…”…“che è successo Matte? Stai bene?”, oppure: “oggi sei proprio su di giri eh Matte…”.
All’inizio tentavo di ingannarli negando l’evidenza che loro coglievano dal linguaggio non verbale ma con il tempo ho capito che stavo dando loro una comunicazione paradossale: dicevo che stavo bene con le parole ma con il corpo stavo dicendo l’esatto contrario, gli stavo insegnando a mentire.  Da tempo non mi nascondo più dietro le parole, condivido con loro il mio stato d’animo e loro mi accolgono per come sono, per come sto…e io lo stesso cerco di fare con loro: che siano nella fase appiccicati, appoggiati o sdraiati…solo se riusciamo ad essere autentici possiamo provare a tirar fuori ciò che i bambini sono altrimenti anziché educare addestreremo persone a comportarsi come gli altri si aspettano che ci si comporti…(la chiamiamo omologazione o mal-educazione?!?)

Matteo Bianchini